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Palazzo Zorzi a San Severo. Dopo l’UNESCO, chi?

PAZ

La prima volta che andai a mangiare al Giardinetto, in Salizada Zorzi, ci andai per il risotto con le cape longhe. Nel salone del ristorante, ricavato dalla cappella del Palazzo (ma in realtà credo dalle cucine) troneggia (e troneggia tuttora) un grande camino col mio stemma. Scherzando col proprietario, al momento del conto feci notare che siccome loro erano in casa mia il conto avrebbero dovuto pagarlo loro. Il padrone rise e fece proprio così: mi invitò. Da allora ci venni spesso. Pagando, naturalmente.

Sono molto affezionato a Palazzo Zorzi a San Severo. La prima volta che vi entrai fu almeno quaranta anni fa, prima del restauro che lo portò a nuovo splendore. Ero terribilmente curioso di vedere come fosse fatto dentro, in che casa aveva vissuto gente che aveva portato il mio nome. Mio padre me ne aveva parlato nel suo solito modo, coltissimo e ironico: “Voluto nel 1480 da uno Zorzi soprannominato “Mani d’Oro” per la sua abilità negli affari, caso unico in una famiglia piena di mani bucate”. Ricchissimo certo era stato, per volere l’architetto Mauro Codussi, il genio rinascimentale che costruì Palazzo Vendramin – Calergi, Santa Maria Formosa, San Giovanni Crisostomo, San Michele in Isola. Così, eccomi davanti al portone chiuso con una catena, ma che, spingendo forte, si apriva il necessario per far passare lo smilzo ventenne che allora ero. Salii la scala di pietra con gran cautela, sperando di non cadere assieme ad un gradino pericolante. Entrai nel grande salone a T, unico a Venezia. Buio, polveroso, ma con la meraviglia degli stucchi che incorniciavano pareti a tempera verde. Dalle fessure nelle imposte il sole lanciava nella stanza lame di luce, su cui danzava la polvere. Vagai di sala in sala, tra le mura a tempera e le bianche cornici di stucco. Dovunque la desolazione. Poi sentii una voce canticchiare e sceso un piano mi imbattei in un ometto che non si sorprese affatto della mia presenza, né del fatto che mi chiamassi Zorzi. Abitava nell’ala che dà sull’antico giardino del palazzo convertito a bocciofila. Alle finestre l’omino coltivava gerani di plastica che si prendeva gran cura di annaffiare. Alle pareti uno scaffale di bottiglie di grappa in diversi stadi di consumazione, con cui l’omino evidentemente innaffiava se stesso. In una stanza troneggiava una bara, con un cuscino e delle lenzuola. “Io dormo lì”- disse l’omino – “Così quando morirò sarò già bello e pronto”. Successe proprio così, qualche tempo dopo, e per lungo tempo il palazzo rimase ermeticamente chiuso.

Dopo i restauri eseguiti con mano forse un po’ pesante ma salvifici dall’incuria e dalla decadenza e l’assegnazione all’Unesco sono entrato spesso in Palazzo Zorzi. Ci andavo con mio padre, nei ventisette anni in cui presiedette l’Associazione dei Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia. Scherzai con lui sulla sua posta indirizzata “N.H. Alvise Zorzi – Palazzo Zorzi – Venezia”; lui allora tirò fuori una vecchia lettera di mio nonno, quando era in Biennale, indirizzata “N.H. Elio Zorzi – Palazzo Ducale – Venezia”. “Si può far di meglio, come vedi”, mi disse.

A Palazzo Zorzi ho imparato da mio padre come si governa una riottosa assemblea internazionale, in cui ciascuno vuole emergere, con pugno di ferro in guanto di velluto. La stessa autorità, assieme al suo carisma personale, con cui chiamò alle armi i Comitati Internazionali contro le minacce a Venezia nascoste dietro le rosee promesse dell’Expo 2000. Dal grande portego a T di Palazzo Zorzi papà espose con lucidità di storico e con commozione di veneziano i pericoli, gli orrori, le potenziali devastazioni della sciagurata iniziativa. I Comitati si schierarono. Venezia si schierò. Con un colpo di mano mio padre riuscì a far pervenire una lettera “ad personam” a tutti i Senatori. La politica si schierò. L’Expo, che di fatto avrebbe anticipato di quindici anni le invasioni barbariche che viviamo adesso, non si fece. L’Unesco in quel caso fu determinante nella salvaguardia della fragilità e della specificità veneziana ma più dell’Unesco furono gli uomini e le donne di Venezia che si schierarono contro alcuni potenti per dire no. Uomini e donne liberi contro la banda dei Soliti Noti.

Eppure non è una bella notizia che l’Unesco voglia abbandonare Venezia. Suona come l’ennesima chiusura alla civiltà, l’ennesimo abbandono alla barbarie, alla politica, all’affaristica senza scrupoli. Nonostante Franco Miracco scriva che l’Unesco granché non ha fatto per Venezia, ricordiamo che oltre a quell’occasione in cui si schierò coi Veneziani, essa ha sempre rappresentato il garante della qualità e della correttezza di qualsiasi lavoro di restauro effettuato nella Città da privati o da istituzioni. Un ruolo non indifferente, che ha reso la sede di Palazzo Zorzi punto di riferimento fondamentale per la salvaguardia di Venezia. Certamente il lungo episodio delle affissioni in area Marciana poteva essere gestito meglio, certamente il progressivo spopolamento poteva essere affrontato con maggiore forza, certamente la crisi della politica meritava qualcosa di più che un commento. ma non si può ridurre a zero il ruolo di Palazzo Zorzi nella salvaguardia della forma di Venezia. Quanto al suo contenuto… ma questa è un’altra storia. E’ una storia che non riguarda solo Palazzo Zorzi, ma tutti i palazzi, tutte le case di Venezia e tutti coloro che vi abitano. I pochi, agguerriti abitanti e gli ancor meno numerosi e ancor più agguerriti che fanno fracasso, si oppongono, difendono, non accettano, chiedono. E sempre più spesso vincono ed ottengono.

Chi andrà a Palazzo Zorzi? Spero qualche altra istituzione alta ed importante: di palazzi Zorzi ridotti ad albergo ce n’è già uno. Basta e avanza. Il sogno è che vi vada gente che, come l’Unesco, come i Comitati Privati, come mio padre e come tanti altri Veneziani di nascita o di elezione che vi han posto piede, si battono per difendere e sostenere la vita di questa nostra Città. I Veneziani liberi.

PIERALVISE ZORZI

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6 pensieri su “Palazzo Zorzi a San Severo. Dopo l’UNESCO, chi?

  1. Purtroppo diventerà un altro albergo

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  2. ROBERTO in ha detto:

    Basta svendere per riequilibrare il bilancio comunale. La gestione ordinaria deve sostenersi con le sue gambe in una Città che ha un porto, un aeroporto e il Casinò.

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  3. L’ha ribloggato su Gruppo 25 aprilee ha commentato:
    “L’Unesco in quel caso fu determinante nella salvaguardia della fragilità e della specificità veneziana ma più dell’Unesco furono gli uomini e le donne di Venezia che si schierarono contro alcuni potenti per dire no. Uomini e donne liberi contro la banda dei Soliti Noti”.

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  4. Pingback: Manca niente, in questa foto? Parliamone insieme, il 7 marzo | LiberaVenezia

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