LiberaVenezia

Liberi da pregiudizi, bavagli e guinzagli. Liberi di agire, per Venezia.

Archivio per la categoria “Carta Bianca”

Venezia, location e basta? L’editoriale di Riccardo Domenichini

Fenice

“Arrivo alle sette di sera morto di stanchezza, corro alla Scala”. È il 24 settembre 1816 e Milano, la prima delle capitali italiane che il trentatreenne Stendhal si accinge a visitare in un viaggio da lungo tempo sognato, schiude le proprie porte al non ancora illustre visitatore e si presenta a lui non con strade o parchi, regge o monumenti, ma con il più celebre dei suoi teatri. La Scala è il luogo in cui l’immagine più vera e più viva della città gli si manifesta con totale evidenza: “Il teatro della Scala è il salotto della città. Ci si riunisce soltanto lì; non si riceve in nessuna casa. Ci vedremo alla Scala, è frase corrente per ogni genere d’affari. Il primo colpo d’occhio fa venire le vertigini. Sono in estasi mentre scrivo queste righe”. Questa città del sogno che accoglie il giovane francese non è un immobile paesaggio ma un organismo vivente, il prodigioso risultato della naturale simbiosi fra la città costruita e la sua gente, che la abita e la rende unica e diversa da ogni altra.

Per secoli Venezia si è offerta ai foresti che da sempre ne hanno fatto la più cosmopolita delle capitali europee con un’immagine nella quale componente architettonica e componente umana sono stati elementi inscindibili uno dall’altro. Neppure la grande pittura, che nel Settecento diffuse questa immagine nel mondo, pensò mai di fare a meno dei suoi abitanti, fossero le mille “macchiette” di una veduta di Canaletto o i protagonisti di una scena di genere di Pietro Longhi. Veneziani affollavano la Sensa e il Redentore, gli ingressi degli ambasciatori, le regate che accoglievano principi e re, gli spettacoli offerti all’Arsenale per mostrare (e che la cosa servisse da monito) l’eccezionale abilità delle maestranze della Repubblica nell’assemblare con sbalorditiva velocità i pezzi di una nave intera. Venezia era poi città di teatri d’opera e di commedia, per tutti i gusti e tutte le tasche, di ospedali e chiese nei quali fioriva una vita musicale ininterrotta. L’abbondanza di offerta che oggi chiameremmo “culturale” in senso più lato lasciava sbalorditi i viaggiatori, ai quali la città schiudeva (non senza interesse, naturalmente) le porte dei suoi luoghi più prestigiosi con una generosità degna di un benigno monarca metastasiano. Mai, si ammirasse da una riva il passaggio di fantasmagoriche bissone, si ascoltassero le putte della Pietà o un qualche Alessandro nell’Indie al San Giovanni Grisostomo, Venezia derogava dal suo ruolo di splendida padrona di casa, certamente inimmaginabile senza la sua stupefacente componente ambientale ed architettonica ma anche impensabile senza la presenza di quel suo popolo che la rendeva un caleidoscopico, brulicante organismo vivente.

Quasi tutto questo, lo sappiamo, è morto nel 1797, la storia ha fatto il suo corso e non vale la pena crogiolarsi nell’improduttivo rimpianto. Potrebbe anzi quasi sembrare che dal punto di vista dell’offerta culturale la città di oggi abbia conservato, mutatis mutandis, quel ruolo di attore di primissimo piano che storicamente le appartiene da secoli. In fondo c’è la Biennale, che con arte architettura cinema musica e teatro copre quasi ogni campo dello scibile, c’è la Fenice, ci sono le grandi mostre, i musei. Anzi, ci viene detto con una frequenza che inizia a divenire preoccupante che l’intera città è un museo. Questa immagine mette i brividi: un museo può essere un posto meraviglioso, ma una città non può essere un museo, a meno che non si chiami Pompei, Petra o Macchu Picchu. A meno che, per dirla breve, non sia una città morta.

Rifiutiamoci quindi di considerare Venezia un museo, ostiniamoci anzi a tenerla per un corpo vivo, seppure in pessima salute, e proviamo a chiederci se c’è qualcosa che differenzia la Venezia crogiolo culturale del mondo di oggi dalla Venezia crogiolo culturale del mondo di allora. Naturalmente c’è, e sostanziale: quella Venezia era viva, questa è una scatola vuota o che si finge vuota, artificiosamente riempita di iniziative (“eventi”, parola orribile) che sempre più trovano le proprie ragioni al di fuori di essa, e sempre più nell’ambito così poco culturale della redditività economica.

Perché Venezia, diciamocelo, è una prestigiosissima location.

La città di oggi ha trasformato i propri cinema in supermercati, pizzerie o negozi di borse, oppure li tiene semplicemente lì, le serrande abbassate da anni, abbandonati all’incuria. Il Teatro del Ridotto (da farsi venire le lacrime agli occhi ogni volta che si transita in calle Vallaresso) è la sala da pranzo di un albergo mentre, risorta ancora una volta dalle sue ceneri, la Fenice cerca di convincerci di essere sempre la stessa. Ciascuno di coloro che prima della tragedia erano suoi ospiti abituali sa però che non è così, e non solo perché nessuna copia, per quanto perfetta, è l’originale. Ridotti a una colonia di troppo pochi esemplari, i veneziani non possiedono il peso specifico necessario per poter essere presi in considerazione nei meccanismi economici che stanno guidando il processo di sfruttamento intensivo della città, ai quali Venezia è funzionale solo in quanto marchio e sfondo. Nella logica del “grande evento” e della sua congenita propensione all’elefantiasi non rientrano i concetti di appropriatezza e sostenibilità e tutto deve essere sempre più grande, invasivo e, di conseguenza, redditizio.

Ecco così le megamostre “vai-e-sbanca” cacciate a forza dentro Palazzo Ducale, totalmente estranee a una gloriosa tradizione di esposizioni che nei decenni ha dato contributi fondamentali alla storia degli studi sulla pittura veneta. Ecco le Biennali sempre più lunghe e sempre più invasive, sei mesi di blocco totale dei Giardini e di parti sempre più consistenti dell’Arsenale che pongono un’ipoteca inspiegabilmente inderogabile anche per il resto dell’anno. Ecco il Festival del Cinema, che usa la città come terra di attraversamento delle orde di cinefili con tessera al collo che per dieci giorni vanno e vengono dal Lido e al quale inoltre Venezia deve la scandalosa vicenda del Palazzo del Cinema. Ecco i fallimentari concerti in Piazza San Marco degli anni passati, ecco soprattutto il Carnevale, grottesco scimmiottamento di una tradizione gloriosa ma morta e sepolta calato dall’alto, gestito altrove e destinato unicamente al turismo e allo sfruttamento economico più spietato.

Ecco la Fenice, consegnata all’invadenza delle agenzie turistiche e dei pacchetti tutto compreso, che fanno sì che l’americano caciarone e disinteressato che ti siede a fianco e se ne va a metà dell’atto costringendo tutta la fila ad alzarsi, abbia sicuramente sganciato meno della metà dei 165€ che hai pagato tu, un bel gruzzolo e più del doppio di quanto costa, per dire, un analogo biglietto alla Deutsche Oper di Berlino. Una volta ti sentivi a casa, alla Fenice, come quei milanesi nella loro Scala. Non ci andavi certo tutte le sere come loro ma tante, tante volte in un anno, anche più volte a vedere lo stesso spettacolo e come quei milanesi conoscevi un po’ tutti, conoscevi le maschere, le signore del guardaroba e soprattutto lo zoccolo duro del pubblico, quello con cui ti ritrovavi sera dopo sera e con cui avevi anche condiviso lunghe file alla biglietteria. Persino qualche nottata, in coda su quei gradini a San Fantin. Oggi ci dicono che siamo troppo pochi, e che per forza di cose il teatro deve proiettarsi verso il mercato esterno. Sarà per questo che al posto delle maschere ci sono le hostess e che un pezzo del foyer è diventato bookshop, inutile anglicismo per mascherare il più corretto: bottega di carabattole. Sarà tutto vero, ma è anche un po’ per questo che quello che era il più bel teatro del mondo si è trasformato per noi in un luccicante cofanetto senz’anima. Una delle infinite, splendide location di questa città.

Annunci

La vocazione commerciale di Mestre. Editoriale di Debora Esposti

Mestre fin dagli albori della sua storia, precedente la nascita di Venezia, si e’ distinta per la sua vocazione commerciale e piccolo imprenditoriale. La sua fortunata posizione al centro di importanti arterie di collegamento tra nord e sud Europa, tra est e ovest ne facevano crocevia  attraverso il quale transitavano merci e persone in tempo di pace; armi, soldati e rifornimenti in tempo di guerra.

MestreAntica

Grazie al commercio il borgo di Mestre si e’ trasformato in cittadina viva e fiorente, brulicante di un fervore economico, sociale e culturale invidiabile. Il suo sviluppo e la sua vocazione subirono pero’ un brusco cambio di rotta quando intorno agli anni ’20 nel secolo scorso le venne “imposto” un ruolo nuovo, del tutto diverso da quello suo congenito. Interessi “privati” spinsero infatti per uno sviluppo industriale e da allora anche l’orientamento della locale amministrazione prese questa direzione.

Lo skyline della Citta’ passo’ in pochi anni da orizzontale a verticale, ma senza alcun fascino.

Abbattuti i tipici casoni (di cui fu cancellata perfino la memoria collettiva poiche’ indici della massima miseria), le case private ad uno due piani con giardino, i grandi spazi verdi (spesso veri e propri boschi ) e le tante ville disseminate in Città.. Al loro posto crebbero interi quartieri di squallidi palazzi , una autentica “marmellata urbanistica”, al solo scopo di dare alloggio alle migliaia di lavoratori giunti da tutto il Veneto per lavorare nel Porto industriale di Marghera.

Mestre Parco Ponci 1948 (oggi distesa di asfalto uso parcheggio e mercato rionale)

Mestre Parco Ponci 1948

Le eccellenze mestrine storiche, culturali e commerciali (dall’invenzione degli Zampironi ad opera appunto della famiglia Zampironi, alla riconosciuta paternita’ (e qui scatenero’ l’inferno) del tramezzino solo per citarne alcune), non furono piu’ ritenute priorita’ da preservare – patrimonio e risorsa cittadina- e quando nel 1926 la Città fu privata della propria autonomia amministrativa perse con essa il libero arbitrio delle proprie scelte. Ma il commercio, saldamente radicato nella storia e nella cultura cittadine resistette ancora a lungo, offrendo ad una popolazione in smisurata crescita, l’accesso a beni e servizi di cui tutti, al tempo, necessitavano. La diffusa vendita a credito “sulla parola”, l’illuminazione, la pulizia, l’arredo urbano e la vita sociale derivanti dal commercio erano valori aggiunti che ricadevano gratuitamente sulla Città, facendo del centro storico il fulcro economico di Mestre, il luogo principe di aggregazione e relazione.

Oggi tutto questo non esiste piu’.

Finita l’era industriale di Porto Marghera, gli interessi privati hanno rivolto altrove lo sguardo, lasciando un pesante bagaglio di macerie, inquinamento, disoccupazione e una Città smarrita in quanto priva di un progetto di sviluppo alternativo . Da allora decenni di scelte scriteriate hanno finito per cingere d’assedio la Città “regalandola” ad una grande distribuzione straniera che ha ottuso le menti e ridotto in nuova schiavitu’ senza catene centinaia di lavoratori. Infrastrutture, trasporti e parcheggi : tutto all’insegna di una “ineluttabile modernità” e del “progresso”, con il risultato che Mestre detiene oggi il record di città con il piu’ alto concentramento di centri commerciali d’Europa. Nessun serio sostegno o progetto alternativo a quel commercio fondato su valori come qualita’, professionalita’, rapporto umano.

Il commercio a Mestre boccheggia come un pesce fuori dall’acqua.

-“Tutta colpa della crisi!”- sostengono i piu’.-“ Sicuro!”- La crisi morde ma a Mestre e’ stato solo il colpo di grazia.

Ma sia chiaro : nessun pianto.

Chi fa impresa a Mestre non chiede carità, ne’ compassione, tanto meno assistenzialismo. Chiede solo si crei un clima di collaborazione e rispetto verso questa categoria di “lavoratori”. Vuole sentirsi nuovamente risorsa e non inutile zavorra . Mestre non vive di turismo, tantomeno di rendita: deve rimboccarsi le maniche, reinventarsi e trovare una sua dimensione. Le soluzioni abbondano e sono nella maggiorparte dei casi semplici e a costo zero. Ma non c’e’ piu’ tempo: la Citta’ e’ al limite e deve essere al piu’ presto liberata della camicia di forza che allontana a ritmo serrato residenti e visitatori perche’ percepita come poco accogliente,degradata,triste, rischiosa e “abbandonata”.

Ho una certezza: se messo nelle condizioni per ripartire il commercio mestrino sapra’ ancora una volta autorigenerarsi e tornare fiore all’occhiello di questa Citta’.

Debora Esposti

Museo Correr: fenomeni di dissolvenza di memorie veneziane.

zecchino1

Prologo: A.D. 1496

Se in un qualche giorno dell’Anno Domini 1496 avessimo potuto sorvolare Piazza San Marco, avremmo avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo maestoso e altamente significativo: lo snodarsi di una lunga processione che, con solenne lentezza, attraversa la Piazza. Tutt’intorno il sovrapporsi ed il confondersi di mille suoni di strumenti e di voci, l’occhio si sarebbe soffermato sulla porpora austera dei magistrati o sulle vaste chiazze candide dei prelati coi loro paramenti; qua e là l’opulento broccato dei mercanti e dei nobili si sarebbe alternato al panno dei popolani. Un gran numero di uomini e donne sono affacciati alle finestre e ai balconi delle procuratie ad osservare lo spettacolo.

La Processione pare scaturire dalla Porta della Carta, al cui esterno si riversa un flusso multicolore e costante di uomini; il corteo procede in linea retta, oltrepassa l’ospizio Orseolo per poi curvare bruscamente verso il cuore della Piazza formando un angolo retto… Un baldacchino transita in corrispondenza del portale maggiore della Cappella dogale, mentre la testa di questa lunga teoria di partecipanti pare quasi arrestarsi sulla sinistra, contro un muro bianco, compatto, ordinato di uomini allineati come soldati dietro i propri vessilli. Una fugace brezza muove in maniera quasi impercettibile le grandi bandiere di porpora e oro sui pili, alle finestre e sui balconi. Sullo sfondo la Basilica, viva e scintillante coi suoi mosaici, i cavalli, le numerose sculture e i suoi marmi policromi.

Una Città viva, una Piazza viva, sede con Rialto e l’Arsenale delle molteplici funzioni necessarie alla sopravvivenza e allo sviluppo della comunità. Una comunità in cui a ciascuno spetta un posto, così come gli spetta nelle numerose processioni che si svolgono ogni anno, secondo antiche norme che affondano le loro radici in un tempo remoto. Certo, vi sono differenze sociali e anche molto marcate, ma la Comunità tende a includere per quanto possibile e nessuno si sente estraneo alla Città e alle sue leggi. Magari critico ma non estraneo.

Nella piazza convergono al contempo le suggestioni sacre e le Istituzioni civili: è il centro pulsante di un Popolo forte e vigoroso, ricco e capace, consapevole e orgoglioso del proprio valore. Nonostante l’intensità del momento, si sarebbe avvertita una sensazione di serenità, di ordine razionale: è un rito collettivo cui nessuno si sottrae perché in esso si specchia l’intero microcosmo cittadino; c’è un idem sentire, una tradizione comune, una storia condivisa da innumerevoli generazioni. Domani ognuno di quegli uomini potrà ripartire per combattere nel Levante, commerciare ad Alessandria, gestire un Monastero in Terraferma, scoprire Capo Verde o il Canadà, ma ciascuno di essi si sentirà sempre e comunque, innanzi tutto Veneziano…

http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Procession_in_piazza_San_Marco_by_Gentile_Bellini?uselang=it#mediaviewer/File:Gentile_Bellini_004.jpg

19 febbraio 2015, primo pomeriggio.

Un singolare brusio accoglie il nostro ingresso nella Piazzetta dei Leoncini. Uscendo dalla calle della canonica appare di fronte a noi un’allegra folla disordinata che si divide in mille rivoli per poi aggregarsi improvvisamente in masse compatte, destinate a separarsi ancora senza che vi sia una ragione apparente. Le strutture architettoniche della Piazza rappresentano il limite fisico e il coreografico contenitore all’interno del quale si muove la folla. Singoli individui, coppie, gruppi si muovono, si fotografano, si siedono al caffè, curiosano, si addentrano nei portici delle procuratie o sbucano improvvisamente da dietro una colonna. Apparentemente un tourbillon continuo, un moto perpetuo. In realtà un’occhiata appena più attenta consente di individuare subito dei punti fissi: un cospicuo numero di abusivi africani e asiatici che presidiano con professionalità la Piazza, sufficientemente distanziati l’uno dall’altro per non intralciarsi in maniera accidentale mentre protendono i loro supporti per le macchine fotografiche verso il banco di turisti da cui, talvolta, si stacca qualche esemplare più coraggioso attirato dall’offerta e dalle notevoli prospettive che essa offre.

Involontariamente mi si arcua il sopracciglio sinistro: sinora mai avevo visto una simile massiccia invasione di abusivi in Piazza San Marco. Ogni veneziano conosce la scarsa efficacia dei provvedimenti presi in tal senso dall’Autorità locale nelle ultime decadi; parecchi cittadini non lo ritengono un gran problema, ma i più avvertono in questo fenomeno una forma subdola di violenza che viene sistematicamente attuata verso la città e loro stessi. Di sicuro posso dire che, mentre attraversavamo la Piazza, non siamo riusciti a individuare una forma di controllo che fosse una; il che potrebbe significare che, al di là dell’ormai cronica perdita di funzioni della Piazza, assistiamo anche ad un’autentica abdicazione dal proprio ruolo da parte di chi dovrebbe garantire la legalità: accattoni, guide abusive, venditori di grano, spacciatori dei più eterogenei strafanti e tante altre analoghe figure professionali imperversano.

Col mio amico riflettiamo sulla cosa: dal momento che non possiamo credere che dei dirigenti che raggiungono sempre il massimo della produttività non sappiano che pesci pigliare o non vogliano intervenire, siamo costretti a pensare che il Comune di Venezia abbia ritenuto di riconoscere in qualche modo queste figure professionali alternative. Il mio amico mi guarda vagamente perplesso e imbarazzato.

Ci dirigiamo verso il Museo Correr, fondamentale Istituzione nella vita culturale della Città. Assieme al Palazzo Ducale costituisce ( o dovrebbe costituire) il fulcro espositivo di opere d’arte e collezioni storiche che ricordano la storia e la cultura della Serenissima. È debitore del nome al suo fondatore, Teodoro Correr. Un nobiluomo veneziano che, con la sua instancabile attività. era riuscito negli anni seguente alla caduta della Repubblica, a raccogliere un’enorme quantità di opere artistiche e cimeli veneziani delle più svariate epoche, salvandoli dalla dispersione e costituendo il primo nucleo del Museo. Alla sua morte il Correr decise di lasciare “tutta la sua facoltà … a questa sua Pubblica istituzione, ch’egli pone a tutela della Città di Venezia” (da La Gazzetta di Venezia, 26 febbraio 1830).

Da quel momento il Museo divenne un importante punto di riferimento per studiosi e cittadini e le sue raccolte vennero ampliandosi continuamente grazie ad importanti donazioni o acquisti, come quello effettuato dal Comune di Venezia a fine ‘800 dei cimeli del Doge Francesco Morosini, diventando ben presto uno dei luoghi prediletti di tutti coloro che volevano avvicinarsi alla Storia e alla Civiltà di Venezia.

Eppure, negli ultimi anni, una serie di interventi radicali hanno alterato pesantemente questo ruolo; su iniziativa di alcuni Comitati privati stranieri, se non erro prevalentemente francesi, sono stati restaurati alcuni spazi e allestito un nuovo percorso neoclassico che ha portato alla creazione di una vasta sezione dedicata non tanto a Venezia e alla sua storia quanto agli aspetti e alle forme più palesi della dominazione napoleonica e di quella austriaca: sala da ballo imperiale, una statua di Napoleone Bonaparte che si affaccia sul Salone da ballo, la Sala del trono del Lombardo Veneto, gli appartamenti dell’Imperatrice Sissi (che, se non erro, vi soggiornò circa sei mesi…) e così via…

Questo intervento è stato giustificato con l’assioma per cui tutti gli accadimenti storici avvenuti in un determinato luogo vanno evidenziati e, anzi, celebrati. Per la verità non ho mai incontrato in Cina statue o musei dedicati a qualche imperatore giapponese contemporaneo e non mi risulta neanche che in Polonia qualche Istituzione abbia comprato statue di Stalin o Hitler; mi dicono che persino gli aztechi non hanno ancora commissionato alcuna statua di Carlo V. Ma forse, non sono semplicemente aggiornati sugli ultimi sviluppi della gestione dei musei..

Ad ogni modo, salita la scalinata neoclassica che costituisce l’accesso al Museo, ci soffermiamo brevemente sulla soglia e facciamo un piccolo calcolo: se consideriamo la Storia della Repubblica dalla sua fondazione (vera o presunta) e il fatto che al momento della sua caduta, nel 1797, la Repubblica era stata indipendente per circa un millennio, si può facilmente riscontrare che il periodo napoleonico, quello dell’occupazione austriaca e l’arco di tempo seguente all’annessione italiana, complessivamente considerati, sono ben poca cosa rispetto alla storia della città, anche per l’apporto dato in termini di influenza economica e culturale, eccellenze prodotte e quant’altro.

Ad ogni buon conto col mio amico decidiamo di verificare di persona se davvero il Museo Correr a seguito di questi ed altri interventi stia perdendo la sua anima e i suoi obiettivi istituzionali e con baldo entusiasmo oltrepassiamo la porta a vetri per addentrarci nei misteriosi itinerari del Correr, in primis nei famosi Itinerari neoclassici. [Breve nota: è giusto fare una doverosa precisazione: l’impatto col personale che si occupa dell’accoglienza, della biglietteria e degli altri servizi ai visitatori è positivo. Mentre siamo in coda per i biglietti si dimostrano gentili e professionali con tutti. Più in generale bisogna anche ricordare che c’è una lunga e solida tradizione di professionalità che ha reso possibile il tramandarsi dell’immenso patrimonio culturale del Museo].

Entrati nel grande Salone da ballo finiamo immediatamente nel raggio dello sguardo indagatore dalla famosa statua di Napoleone, scolpita da Banti, che venne acquistata anni addietro in un’asta londinese (Costa sindaco e Romanelli direttore) e ricondotta a Venezia dove nessuno la voleva o l’aveva richiesta; stranamente il suo ritorno fu accompagnato dalle più accese polemiche nei confronti dell’operazione e dei due responsabili dell’acquisto.

http://archiviostorico.corriere.it/2002/gennaio/26/Napoleone_statua_torna_Venezia_co_0_020126556.shtml

In effetti se si pensa all’immenso patrimonio storico-artistico di Venezia e alle esigenze del suo mantenimento, spendere oltre 300.000 euro per una statua del tiranno distruttore della Repubblica, di colui che ne ha fatto scempio e l’ha saccheggiata senza pietà, denota una scarsa sensibilità o una scelta ideologica ben precisa. Una considerazione a margine: la bontà e la condivisione dell’iniziativa da parte della cittadinanza è ben attestata dallo spesso cristallo che protegge la statua di Bonaparte, cristallo che, stranamente, non si è ritenuto di utilizzare per proteggere nessuna delle centinaia di statue della collezione Grimani, importantissime e di assoluto pregio, che sono esposte a poche decine di metri dal tiranno di marmo. Misteri museologici…

Fu lo stesso Napoleone a dare l’ordine di abbattere una chiesa sansoviniana per erigere l’ala che porta tuttora il suo nome, allo scopo di disporre di uno spazio pubblico adeguato al rango e, in particolare, di un salone da ballo imperiale. Che dire… in effetti, Venezia era talmente priva di saloni da ballo che averne uno in più giustificava l’abbattimento di un edificio storico.

Proseguiamo l’itinerario neoclassico che si dipana in una quindicina di stanze recuperate con indubbia cura e attenzione: lavori di Borsato, arredi neoclassici, un altro bel busto di Napoleone (sempre per la correttezza storica) e della consorte Maria Luisa; alcuni ritratti di imperatori austriaci e, finalmente, nella camera da letto di Sissi un bel paio di dipinti che ritraggono Francesco Giuseppe e, naturalmente, Elisabetta di Baviera. Nel complesso il lavoro pare fatto con professionalità e alcuni pezzi risultano addirittura esser stati parte dell’arredo originale… ma, nonostante la presenza a fine percorso di alcune statue del Canova, un dubbio si affaccia alla mente: è esattamente ciò che serve a Venezia? Il paragone con altri palazzi europei coevi appare impietoso e, forse, tanta professionalità era degna di miglior causa. E il peggio pare non essere ancora arrivato…

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cultura_e_tempolibero/2013/18-luglio-2013/risorgimento-museo-correr-2222217545089.shtml

http://guiotto-padova.blogautore.repubblica.it/tag/fogliata/

Forse qualcuno si dimentica che i milioni di visitatori di Venezia arrivano in laguna per la sua immagine e per i significati che l’hanno resa grande e famosa in tutto il mondo, non certo per le disgrazie che ha patito, dalle invasioni straniere al suo attuale disfacimento fisico e sociale.

Ma tornando a noi, superate le neoclassiche forche caudine e in attesa di trovarci magari con un’ampia, esaustiva, ineluttabile e ancor meno sensata esaltazione di Casa Savoia, possiamo ancora vedere alcune stanze che, mirabile dictu, costituiscono un itinerario dedicato alla storia e alla civiltà della Repubblica di Venezia. L’itinerario prevede la visita di alcune sale del precedente allestimento che anche in questo caso sono raggruppate per temi. Grazie a questa fortunata combinazione, i visitatori ancora per qualche tempo potranno addirittura venire a conoscenza dell’esistenza della Repubblica Veneta, una strana Entità governata da un Doge e con tanti bei magistrati in tinta unita porpora; che aveva addirittura una monetazione e delle navi, cosa se ne facesse dell’una e delle altre non è dato sapere, ma c’erano. E che dire del fatto che persino i Veneziani leggevano e avevano addirittura delle biblioteche? Almeno una, quella dei Teatini è conservata in un’apposita stanza, ma contiene solo vecchi libri polverosi e poco aggiornati chissà che non sia il caso di mandarla a fare compagnia in soffitta ai cimeli del Morosini…

Al di là degli scherzi, i materiali sono interessanti e la sola raccolta numismatica varrebbe un viaggio; ma prevale uno scarso coordinamento delle tematiche: attualmente sono disponibili molti supporti che aiutano a spiegare la storia in maniera più compiuta e, magari per i più giovani, più avvincente.

Alla fine, affiora un po’ di stanchezza e siamo ragionevolmente sicuri di avere una risposta alle nostre domande iniziali: nel corso della nostra visita ci siamo imbattuti in tre settori apparentemente disarticolati e, se volessimo metterci nei panni di un visitatore, potremmo facilmente immaginarne la reazione meravigliata, dal momento che è la stessa del mio amico; per di più, le nostre conoscenze globali su Venezia non sono particolarmente aumentate. Così, accantonata per motivi di tempo la visita all’archeologico, che conosciamo già piuttosto bene (e che comunque appartiene ad un’altra famiglia istituzionale) e rimandando un’ulteriore visita alla Quadreria, ci dirigiamo verso l’uscita affrontando un altro relitto dell’antico allestimento: alcune sale dove sono stati riuniti reperti relativi ai temi delle feste, delle arti e dei mestieri, dei giochi, riuniti in un simpatico assemblaggio che ricorda un souk arabo piuttosto che una mostra della Civiltà veneziana.

All’uscita, la pungente aria invernale entra nei polmoni e ci risveglia. La Piazza si estende di fronte a noi. Quella Piazza che noi tutti Veneziani amiamo ma che ormai disertiamo; ridotta a gigantesca area museale ormai praticamente priva di tutte le sue funzioni pubbliche e private, dove il Palazzo Ducale è stato trasformato in una gigantesca macchina da reddito (perdendo ruolo e, se vogliamo, anche dignità), dove la Cappella dogale diventata Basilica ha perso le sue peculiarità e anch’essa si affida agli introiti turistici per il proprio mantenimento, dove persino nelle Procuratie i fantasmi dei magistrati veneti sono stati sfrattati e gli spazi si stanno tramutando in infiniti gusci vuoti che potrebbero, prima o poi, diventare esclusivi appartamenti privati. In questa filosofia di trasformazione l’operazione di riallestimento del Correr si inserisce perfettamente e rafforza il presagio dell’ineluttabile fine della Città.

Spiace anche che i fondi offerti dai molti sponsor privati che hanno partecipato all’intervento siano confluiti in una simile impresa. Sulle politiche dei vari Comitati si pronunci chi ha maggiore competenza, ma possiamo concludere questa nota giocosa con una considerazione preoccupata: a Venezia non manca la possibilità di trovare i fondi necessari per realizzare idee e progetti. Venezia è disperatamente priva di una programmazione basata sui bisogni e sulle opportunità che le sono proprie. L’impegno delle recenti amministrazioni comunali si è concentrato sulla commercializzazione dell’immagine di Veniceland. Un problema? No perché? In fondo possiamo offrire un nuovo percorso ai milioni di ignari turisti che arrivano ogni anno: la visita degli appartamenti di Ken e Barbie!! Scusate, mi sono confuso, volevo dire della Principessa Sissi…

Francesco Ceselin

zecchino2

La serrata del 26 febbraio

L’ultima “serrata” in città risaliva a 45 anni fa.. ai tempi di Montanelli e del “Fronte per la difesa di Venezia e della laguna”, nato dopo l’acqua granda del 1966 (nella foto di archivio, datata 4 novembre 1966):

4novembre1966

Per diritto (e dovere) di cronaca, dal Gruppo Organizzato Indipendente Ambulanti riceviamo e pubblichiamo, nella rubrica “Carta Bianca”:

Giovedì 26 febbraio 2015 alle ore 10:30 ci troveremo in Piazzale della Stazione ferroviaria di Venezia e poi TUTTI a Cà Farsetti!
Il Gruppo Organizzato Indipendente Ambulanti intende informare tutte le attività commerciali che operano con concessione di commercio su area pubblica (Mercati, Banchetti di Souvenir, Bar e Ristoranti con tavolini ma anche negozi con vetrine esterne, pannelli espositivi….) di controllare quotidianamente la propria PEC (posta elettronica certificata) associata alla propria Partita IVA, in quanto nei prossimi giorni/mesi, verranno recapitati numerosi provvedimenti inerenti a revoche totali o parziali delle concessioni.
Pare che la soprintendente Renata Codello, il Commissario Zappalorto ed il Sub Commissario Pomponio intendano soddisfare in pieno le richieste del Ministro dei beni culturali Franceschini (Governo Renzi) al fine di creare Venezia Città Museo.
Stimiamo che le revoche/riduzioni di plateatici così come verranno disposte, creeranno inevitabilmente riduzioni di personale e spostamenti di attività in aree non avente valore commerciale con conseguente disoccupazione diffusa, VENEZIA NON NE HA BISOGNO!
Il nostro gruppo è per il cambiamento, ove ce ne sia la necessità, tuttavia riteniamo che si possa riuscire a valorizzare il patrimonio artistico culturale rispettando il lavoro.
In passato ci siamo anche resi disponibili a fare da ammortizzatori tra amministrazione ed operatori per pattuire un riordino ove ci fossero problemi di viabilità ed adeguamento delle strutture al fine di renderle compatibili con l’ambiente circostante, ma non siamo stati ascoltati!
Inoltre sono stati cestinati anche i progetti creati tra i commercianti e Comune stesso, anche i vecchi pianini sono stati annullati, tutto da rifare quindi ma con una linea particolarmente dura ed intransigente.
E’ inconcepibile di come si cerchi di rendere la città più decorosa penalizzando gli esercenti regolari quando nel contempo è all’occhio di tutti i cittadini di quanto poco si faccia per contrastare il diffuso abusivismo sommato all’aumento esponenziale di mendicanti e borseggiatori.
A quanto pare siamo vittime dell’effetto Expo 2015, che così com’è stato pianificato sembra essere un grosso centro nevralgico di corruzione e malaffare, il tutto (come troppo spesso accade) a discapito dei cittadini, ennesimo esempio di come siano sempre i piccoli a pagare mentre i grossi affari finanziari e la grossa distribuzione abbiano sempre terreno fertile.
Giovedì 26 febbraio 2015 alle ore 10:30 ci troveremo in Piazzale della Stazione ferroviaria di Venezia e manifesteremo per sensibilizzare i nostri governanti (non eletti dai veneziani in quando la città è stata commissariata a seguito delle indagini che hanno coinvolto la precedente amministrazione comunale). La manifestazione (pacifica ed autorizzata) avrà lo scopo di far aprire da subito un dialogo con quella che sarà la nuova amministrazione, lo scopo è far capire che le tematiche congiunte area pubblica/lavoro sarà un argomento su cui lavorare sin da subito e non un argomento di serie B, sostanzialmente stiamo cercando di evitare un disastro sociale.
Partecipate numerosi per tutelare le Vostre attività, nuove chiusure e perdite d’occupazione favorisce il costante esodo in terra ferma e la gestione facile della futura “Veniceland” a pochi personaggi di spicco e grossi gruppi commerciali! ….UNIAMOCI!!

RESIDENZA TURISTICA: 45 – 38 – 28 TERNO SECCO, di Giorgio OMACINI

CasaTascabile

Con due sentenze del T.A.R del 27/01/2015, procedimenti n. 0075/2015 e 0076/2015 viene stabilito che la superficie residenziale minima per poter praticare affittanze di tipo turistico, non è di mq. 45, ma di mq. 38.

I Giudici hanno, fra le altre, suffragato le proprie sentenze affermando che sarebbe stato più logico tollerare superfici modeste per alloggi da fruirsi per brevi periodi piuttosto che il contrario (risiedere stabilmente in 38 mq.).

Con i poteri della Giunta, il Commissario Zappalorto ha licenziato il Nuovo Regolamento Edilizio del Comune di Venezia (comunicato stampa del 6/2/2015).

Se non interverranno modifiche, concluso l’iter amministrativo, chi disponesse di un alloggio di mq. 28 ed intendesse adibirlo a locazioni turistiche, in analogia con quanto sopra, potrà, legittimamente, farlo.

Il 27/1/2015 si esprime il T.A.R., il 6/2/2015 esce il comunicato stampa del Comune di Venezia.

A questo punto, barrare la casella scelta ed aprire, se si ritiene, il dibattito:

A) precisa scelta;

B) non c’era più il tempo tecnico;

C) nessuno lo sapeva.

Arch. Giorgio Omacini

Arsenale: quale futuro? di Carlo Beltrame

Terzo tassello del mosaico che nelle prossime settimane darà forma concreta ai 7 punti enunciati nel nostro comunicato stampa del 4 febbraio: dopo l’editoriale di Pieralvise Zorzi su Palazzo Zorzi e quello sugli 80 appartamenti delle “Conterie”, ospitiamo l’intervento di Carlo Beltrame sul futuro dell’Arsenale, intorno al quale si giocano molte delle opportunità di rilancio cittadino, inteso anche come creazione di posti di lavoro suscettibili di creare residenza: perché la residenzialità non è solo una questione di case ma anche di servizi e opportunità lavorative.

Arsenale, quale futuro?

Il prossimo sindaco, tra le tante cose, dovrà affrontare seriamente anche la questione Arsenale. L’Arsenale è una grossa fetta della città dimenticata da troppo tempo e ancora in buona parte inacessibile alla cittadinanza. Della necessità di ridare vita allo storico cuore industriale di Venezia, con proposte e idee non sempre condivisibili, si parla da decenni ma nemmemo l’onda di entusiasmo dei primi anni del 2000 (ricordo il convegno del 2002 con la pubblicazione dei relativi atti Arsenale e/è museo) che proponeva la creazione di un grande museo del mare è arrivata a nulla. Il risultato di quella stagione fu un bando europeo della Marina Militare, con richieste assolutamente insostenibili, andato deserto. Da lì poi si è spento tutto e i progetti su cui avevano lavorato molti professionisti ed esperti (coordinati dall’architetto Mario Dalla Costa) per conto della Marina ma gratuitamente e con passione, sono stati riposti in un cassetto. Insostenibilità economica del progetto, mancati accordi istituzionali o mancanza di volontà politica? Forse un po’ di tutto. Fatto sta che si è persa una grande occasione in un periodo non ancora toccato dalla crisi economica che ora ci attanaglia e che qualcuno alla fine si sarà sfregato le mani. D’altronde anche allora i nemici del museo e chi definiva la Vespucci “un ferro rotto” non degno di entrare in Arsenale non mancavano e qualcuno non si vergognava di pronunciarsi pubblicamente.

Con la nuova amministrazione, sulla scia anche di quanto di buono aveva avviato Giorgio Orsoni, di intesa con la Marina, la prima cosa minima da fare è l’apertura permanente al pubblico, l’organizzazione di guide specializzate e la predisposizione di un punto informativo con bookshop. L’Arsenale deve diventare un percorso alternativo all’area marciana, alleggerendola dal flusso turistico con positive ricadute economiche in una zona periferica ai grandi flussi. Per il rilancio dell’Arsenale va fatto un grande progetto culturale che intercetti fondi europei e, con le dovute cautele, privati. L’Arsenale deve diventare uno straordinario parco archeologico, un museo all’aperto e una cittadella della ricerca nel settore della scienza del mare – ma non solo. A fianco delle attività culturali-museali vanno ospitate attività artigianali: va incentivato l’insediamento della cantieristica e di altre attività compatibili e bisognose di quei grandi spazi che solo l’Arsenale sa offrire.

In questo grande progetto culturale vanno coinvolti gli atenei cittadini nella prospettiva di una cittadella della ricerca nel settore degli studi sul mare e sulla cultura marittima. In questo senso il CNR, con l’insediamento dell’ISMAR, e la Marina, con l’insediamento dell’Istituto Studi Militari Marittimi, hanno già fatto il loro ed ora si tratta di affiancare queste istituzioni con altre realtà compatibili con questo straordinario tempio della storia marittima del mediterraneo e primo complesso industriale della storia. E’ possibile che le tese che hanno ospitato le galeazze, protagoniste assolute della vittoria di Lepanto, siano semi-abbandonate, non visitabili e quasi sconosciute ai più? è possibile che delle più importanti fonderie europee di artiglierie del Cinquecento si sia persa memoria, ridotte a spazio secondario della Biennale? è possibile che la tesa che ha ospitato per secoli il Bucintoro sia chiusa? Qualsiasi paese con un patrimonio storico del genere vi avrebbe già costruito un parco museale tutt’attorno. Quello che s’è fatto fino ad ora è solo ospitarvi la ridicola ricostruzione in bulloni di una sezione del Bucintoro, insulto alla storia di questa città, ereditata da un imprenditore che, prima di “emigrare”, si era messo in testa di ricostruire un vero Bucintoro … a motore. Venezia e l’Arsenale non sono Disneyland e non possono accettare operazioni come questa.

CarloBeltrameArsenale

La Marina fino ad oggi ha il grande merito di aver tutelato una buona parte dell’Arsenale dal peggio, di averlo preservato e presidiato dalle mire e dagli appetiti di politici e imprenditori con idee spesso incompatibili con un luogo sacro per la storia di Venezia e del Mediterraneo in genere, ma è arrivato il momento di ridare a questo spazio quella vita che la Marina è in grado di garantire ormai solo in parte. Le condizioni di abbandono non sono più accettabili e l’inaccessibilità di questo spazio, peraltro frazionato in maniera del tutto antistorica è un delitto. Anche l’uso che ne fa, nel bene e nel male, la Biennale con il tempo andrà superato per ridare la necessaria unitarietà al complesso industriale.

Non si può più continuare a privarne la vista alla cittadinanza e al turista. Piuttosto questo spazio va visto come una grande occasione anche economica per la città, ma solo con proposte compatibili. Andrà quindi pensato un comitato di esperti, coordinato dalle istituzioni preposte alle tutela, in grado di dettare le regole per la sua salvaguardia oltre che proporre idee per la sua valorizzazione. No quindi a qualsiasi speculazione incompatibile, sì allo sviluppo in senso culturale di una risorsa unica al mondo. Le ricadute di quest’operazione, oltre che ovviamente culturali, sono posti di lavoro e un notevole indotto per il sestiere di Castello e per tutta la città.

Carlo Beltrame

Insegna Metodologia della Ricerca Archeologica e Archeologia marittima a Ca’ Foscari.

—————————-

Note:

  1. Al punto 4 del nostro primo editoriale (“Primavera in arrivo”), abbiamo indicato che: “Ai candidati Sindaco non chiederemo a quale corrente PD o PDL appartengono, ma quali posti di lavoro di qualità sia possibile creare a Venezia, sfruttando l’enorme potenziale dell’Arsenale che per secoli ne è stato il cuore produttivo, e quello di un Parco della laguna nord che non può diventare un museo pieno di vincoli decisi altrove, ma un luogo vivo i cui residenti devono poter circolare con le loro imbarcazioni e poter offrire qualcosa di diverso dal turismo di massa che ha rovinato Venezia: un turismo di qualità con una nuova categoria di licenze per il trasporto acqueo di persone, all’interno del costituendo Parco della laguna i cui regolamenti attuativi devono essere adottati nei prossimi mesi, e nel cui ambito potranno essere favorite nuove attività portatrici di lavoro per chi la conosce e la rispetta, la nostra Laguna”: https://liberavenezia.org/2015/02/04/libera-le-energie-vive-di-venezia/
  2. La battaglia per la restituzione dell’Arsenale alla città ha visto attivi molti di noi (molti di noi erano presenti anche alla manifestazione del 29 ottobre 2012) e nessuno ne può o vuole rivendicare una sorta di rappresentanza “esclusiva”, proprio perché è una di quelle battaglie che dovrebbero vedere la città unita come lo è stata in quell’occasione, consapevole del fatto che ad essere in gioco è il suo futuro. Ovvio che quando dalla petizione di principio si passa a discutere le opzioni concrete di utilizzo possano emergere sensibilità diverse, ma quello che conta è poterne discutere e deliberare nell’interesse comune, senza forzature come quelle che vorrebbero il futuro dell’Arsenale deciso prima ancora delle prossime elezioni comunali. Per approfondire i termini della vicenda si rinvia al sito ufficiale del Comune:

http://arsenale.comune.venezia.it/?page_id=402

e al Gruppo tematico che riunisce alcune delle associazioni attive su questo fronte:

https://www.facebook.com/groups/futuroarsenale/

Palazzo Zorzi a San Severo. Dopo l’UNESCO, chi?

PAZ

La prima volta che andai a mangiare al Giardinetto, in Salizada Zorzi, ci andai per il risotto con le cape longhe. Nel salone del ristorante, ricavato dalla cappella del Palazzo (ma in realtà credo dalle cucine) troneggia (e troneggia tuttora) un grande camino col mio stemma. Scherzando col proprietario, al momento del conto feci notare che siccome loro erano in casa mia il conto avrebbero dovuto pagarlo loro. Il padrone rise e fece proprio così: mi invitò. Da allora ci venni spesso. Pagando, naturalmente.

Sono molto affezionato a Palazzo Zorzi a San Severo. La prima volta che vi entrai fu almeno quaranta anni fa, prima del restauro che lo portò a nuovo splendore. Ero terribilmente curioso di vedere come fosse fatto dentro, in che casa aveva vissuto gente che aveva portato il mio nome. Mio padre me ne aveva parlato nel suo solito modo, coltissimo e ironico: “Voluto nel 1480 da uno Zorzi soprannominato “Mani d’Oro” per la sua abilità negli affari, caso unico in una famiglia piena di mani bucate”. Ricchissimo certo era stato, per volere l’architetto Mauro Codussi, il genio rinascimentale che costruì Palazzo Vendramin – Calergi, Santa Maria Formosa, San Giovanni Crisostomo, San Michele in Isola. Così, eccomi davanti al portone chiuso con una catena, ma che, spingendo forte, si apriva il necessario per far passare lo smilzo ventenne che allora ero. Salii la scala di pietra con gran cautela, sperando di non cadere assieme ad un gradino pericolante. Entrai nel grande salone a T, unico a Venezia. Buio, polveroso, ma con la meraviglia degli stucchi che incorniciavano pareti a tempera verde. Dalle fessure nelle imposte il sole lanciava nella stanza lame di luce, su cui danzava la polvere. Vagai di sala in sala, tra le mura a tempera e le bianche cornici di stucco. Dovunque la desolazione. Poi sentii una voce canticchiare e sceso un piano mi imbattei in un ometto che non si sorprese affatto della mia presenza, né del fatto che mi chiamassi Zorzi. Abitava nell’ala che dà sull’antico giardino del palazzo convertito a bocciofila. Alle finestre l’omino coltivava gerani di plastica che si prendeva gran cura di annaffiare. Alle pareti uno scaffale di bottiglie di grappa in diversi stadi di consumazione, con cui l’omino evidentemente innaffiava se stesso. In una stanza troneggiava una bara, con un cuscino e delle lenzuola. “Io dormo lì”- disse l’omino – “Così quando morirò sarò già bello e pronto”. Successe proprio così, qualche tempo dopo, e per lungo tempo il palazzo rimase ermeticamente chiuso.

Dopo i restauri eseguiti con mano forse un po’ pesante ma salvifici dall’incuria e dalla decadenza e l’assegnazione all’Unesco sono entrato spesso in Palazzo Zorzi. Ci andavo con mio padre, nei ventisette anni in cui presiedette l’Associazione dei Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia. Scherzai con lui sulla sua posta indirizzata “N.H. Alvise Zorzi – Palazzo Zorzi – Venezia”; lui allora tirò fuori una vecchia lettera di mio nonno, quando era in Biennale, indirizzata “N.H. Elio Zorzi – Palazzo Ducale – Venezia”. “Si può far di meglio, come vedi”, mi disse.

A Palazzo Zorzi ho imparato da mio padre come si governa una riottosa assemblea internazionale, in cui ciascuno vuole emergere, con pugno di ferro in guanto di velluto. La stessa autorità, assieme al suo carisma personale, con cui chiamò alle armi i Comitati Internazionali contro le minacce a Venezia nascoste dietro le rosee promesse dell’Expo 2000. Dal grande portego a T di Palazzo Zorzi papà espose con lucidità di storico e con commozione di veneziano i pericoli, gli orrori, le potenziali devastazioni della sciagurata iniziativa. I Comitati si schierarono. Venezia si schierò. Con un colpo di mano mio padre riuscì a far pervenire una lettera “ad personam” a tutti i Senatori. La politica si schierò. L’Expo, che di fatto avrebbe anticipato di quindici anni le invasioni barbariche che viviamo adesso, non si fece. L’Unesco in quel caso fu determinante nella salvaguardia della fragilità e della specificità veneziana ma più dell’Unesco furono gli uomini e le donne di Venezia che si schierarono contro alcuni potenti per dire no. Uomini e donne liberi contro la banda dei Soliti Noti.

Eppure non è una bella notizia che l’Unesco voglia abbandonare Venezia. Suona come l’ennesima chiusura alla civiltà, l’ennesimo abbandono alla barbarie, alla politica, all’affaristica senza scrupoli. Nonostante Franco Miracco scriva che l’Unesco granché non ha fatto per Venezia, ricordiamo che oltre a quell’occasione in cui si schierò coi Veneziani, essa ha sempre rappresentato il garante della qualità e della correttezza di qualsiasi lavoro di restauro effettuato nella Città da privati o da istituzioni. Un ruolo non indifferente, che ha reso la sede di Palazzo Zorzi punto di riferimento fondamentale per la salvaguardia di Venezia. Certamente il lungo episodio delle affissioni in area Marciana poteva essere gestito meglio, certamente il progressivo spopolamento poteva essere affrontato con maggiore forza, certamente la crisi della politica meritava qualcosa di più che un commento. ma non si può ridurre a zero il ruolo di Palazzo Zorzi nella salvaguardia della forma di Venezia. Quanto al suo contenuto… ma questa è un’altra storia. E’ una storia che non riguarda solo Palazzo Zorzi, ma tutti i palazzi, tutte le case di Venezia e tutti coloro che vi abitano. I pochi, agguerriti abitanti e gli ancor meno numerosi e ancor più agguerriti che fanno fracasso, si oppongono, difendono, non accettano, chiedono. E sempre più spesso vincono ed ottengono.

Chi andrà a Palazzo Zorzi? Spero qualche altra istituzione alta ed importante: di palazzi Zorzi ridotti ad albergo ce n’è già uno. Basta e avanza. Il sogno è che vi vada gente che, come l’Unesco, come i Comitati Privati, come mio padre e come tanti altri Veneziani di nascita o di elezione che vi han posto piede, si battono per difendere e sostenere la vita di questa nostra Città. I Veneziani liberi.

PIERALVISE ZORZI

8 febbraio, riapre il Museo del vetro.. e gli appartamenti?

Domani 8 febbraio, a Murano, riapre il Museo del vetro ampliato grazie a finanziamenti UE e comunali (2 milioni di euro) che hanno fra l’altro permesso il ricupero di una porzione delle antiche “Conterie”. La creazione del museo risale al 1861 e alla tenacia dell’Abate Zanetti, in un contesto di crisi che, in quanto a cause e origini, presentava molti punti in comune con il contesto attuale:

http://rialtofil.com/2014/01/15/il-tesoro-ritrovato-parte-quarta-vetri-arsenico-e-segreti/

Con questa pagina inauguriamo “l’angolo delle buone notizie”, dove cercheremo di cogliere i piccoli segni che fanno ben sperare, per il futuro di Venezia e delle sue isole. Darne conto sarà anche uno stimolo per porci qualche domanda su ciò che ancora non va: ad esempio, gli altri lotti del “progetto Conterie”, che prevede edifici residenziali e potrebbe ospitare decine di famiglie (per un totale di 80 appartamenti, ottimamente collegati con i trasporti pubblici). Mentre l’albergo ha già aperto da due anni e il Museo ampliato riaprirà domani, per la consegna degli appartamenti è ancora nebbia fitta (pur essendo questi ultimati, da quel che ci risulta) ma noi siamo ottimisti e lo ricorderemo “a chi di dovere”. La descrizione del progetto è consultabile qui:

http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/50703

Nella foto che segue, l’opera del Maestro Fornasier, che di notte illumina la Riva longa (il suo nome storico) all’altezza della fermata “Museo”: quella che potrete utilizzare per una visita a Palazzo Giustinian, custode di sedici secoli di storia del vetro (età romana compresa).

Fornasier

Per concludere, vogliamo ricordare che il Comune è proprietario dell’area da 10 anni, e per la consegna degli appartamenti ci saremmo aspettati una celerità comparabile a quella con cui è stato autorizzato il nuovo albergo. Dal sito ufficiale del Comune:

“Il programma di recupero del complesso delle Conterie, attraverso un’articolata serie di interventi, intende restituire all’isola un’area strategica per la sua centralità. La grande area industriale dismessa situata nel cuore dell’isola di Murano all’incrocio fra il canal Grande e il canale di San Donato, ebbe origine nel 1898 dalla fusione di un gruppo di produttori locali di vetro, già operanti nell’area per la produzione di perle e perline. La fabbrica, tra il 1940 e il 1970, arrivò a occupare più di 3.000 lavoratori e la sua chiusura nel 1993 ha consegnato l’area all’abbandono e al progressivo degrado.

Il Comune di Venezia acquisisce gli immobili nel 1995 e avvia, con una specifica Variante al PRG, la riqualificazione dell’area siglando Protocollo d’intesa con Regione del Veneto e Ministero dei Lavori Pubblici per l’avvio del Programma di Recupero Urbano. Il programma, approvato nel 1997, comprende:
–          un albergo;
–          edifici residenziali da realizzarsi da Comune e Ater;
–          residenza studentesca (successivamente mutata in social housing);
–          l’espansione del Museo del Vetro;
–          edifici produttivi;
–          spazi pubblici e un edificio di interesse collettivo”.

Palazzo Giustinian

Navigazione articolo