LiberaVenezia

Liberi da pregiudizi, bavagli e guinzagli. Liberi di agire, per Venezia.

Archivio per la categoria “I nostri editoriali”

Venezia, location e basta? L’editoriale di Riccardo Domenichini

Fenice

“Arrivo alle sette di sera morto di stanchezza, corro alla Scala”. È il 24 settembre 1816 e Milano, la prima delle capitali italiane che il trentatreenne Stendhal si accinge a visitare in un viaggio da lungo tempo sognato, schiude le proprie porte al non ancora illustre visitatore e si presenta a lui non con strade o parchi, regge o monumenti, ma con il più celebre dei suoi teatri. La Scala è il luogo in cui l’immagine più vera e più viva della città gli si manifesta con totale evidenza: “Il teatro della Scala è il salotto della città. Ci si riunisce soltanto lì; non si riceve in nessuna casa. Ci vedremo alla Scala, è frase corrente per ogni genere d’affari. Il primo colpo d’occhio fa venire le vertigini. Sono in estasi mentre scrivo queste righe”. Questa città del sogno che accoglie il giovane francese non è un immobile paesaggio ma un organismo vivente, il prodigioso risultato della naturale simbiosi fra la città costruita e la sua gente, che la abita e la rende unica e diversa da ogni altra.

Per secoli Venezia si è offerta ai foresti che da sempre ne hanno fatto la più cosmopolita delle capitali europee con un’immagine nella quale componente architettonica e componente umana sono stati elementi inscindibili uno dall’altro. Neppure la grande pittura, che nel Settecento diffuse questa immagine nel mondo, pensò mai di fare a meno dei suoi abitanti, fossero le mille “macchiette” di una veduta di Canaletto o i protagonisti di una scena di genere di Pietro Longhi. Veneziani affollavano la Sensa e il Redentore, gli ingressi degli ambasciatori, le regate che accoglievano principi e re, gli spettacoli offerti all’Arsenale per mostrare (e che la cosa servisse da monito) l’eccezionale abilità delle maestranze della Repubblica nell’assemblare con sbalorditiva velocità i pezzi di una nave intera. Venezia era poi città di teatri d’opera e di commedia, per tutti i gusti e tutte le tasche, di ospedali e chiese nei quali fioriva una vita musicale ininterrotta. L’abbondanza di offerta che oggi chiameremmo “culturale” in senso più lato lasciava sbalorditi i viaggiatori, ai quali la città schiudeva (non senza interesse, naturalmente) le porte dei suoi luoghi più prestigiosi con una generosità degna di un benigno monarca metastasiano. Mai, si ammirasse da una riva il passaggio di fantasmagoriche bissone, si ascoltassero le putte della Pietà o un qualche Alessandro nell’Indie al San Giovanni Grisostomo, Venezia derogava dal suo ruolo di splendida padrona di casa, certamente inimmaginabile senza la sua stupefacente componente ambientale ed architettonica ma anche impensabile senza la presenza di quel suo popolo che la rendeva un caleidoscopico, brulicante organismo vivente.

Quasi tutto questo, lo sappiamo, è morto nel 1797, la storia ha fatto il suo corso e non vale la pena crogiolarsi nell’improduttivo rimpianto. Potrebbe anzi quasi sembrare che dal punto di vista dell’offerta culturale la città di oggi abbia conservato, mutatis mutandis, quel ruolo di attore di primissimo piano che storicamente le appartiene da secoli. In fondo c’è la Biennale, che con arte architettura cinema musica e teatro copre quasi ogni campo dello scibile, c’è la Fenice, ci sono le grandi mostre, i musei. Anzi, ci viene detto con una frequenza che inizia a divenire preoccupante che l’intera città è un museo. Questa immagine mette i brividi: un museo può essere un posto meraviglioso, ma una città non può essere un museo, a meno che non si chiami Pompei, Petra o Macchu Picchu. A meno che, per dirla breve, non sia una città morta.

Rifiutiamoci quindi di considerare Venezia un museo, ostiniamoci anzi a tenerla per un corpo vivo, seppure in pessima salute, e proviamo a chiederci se c’è qualcosa che differenzia la Venezia crogiolo culturale del mondo di oggi dalla Venezia crogiolo culturale del mondo di allora. Naturalmente c’è, e sostanziale: quella Venezia era viva, questa è una scatola vuota o che si finge vuota, artificiosamente riempita di iniziative (“eventi”, parola orribile) che sempre più trovano le proprie ragioni al di fuori di essa, e sempre più nell’ambito così poco culturale della redditività economica.

Perché Venezia, diciamocelo, è una prestigiosissima location.

La città di oggi ha trasformato i propri cinema in supermercati, pizzerie o negozi di borse, oppure li tiene semplicemente lì, le serrande abbassate da anni, abbandonati all’incuria. Il Teatro del Ridotto (da farsi venire le lacrime agli occhi ogni volta che si transita in calle Vallaresso) è la sala da pranzo di un albergo mentre, risorta ancora una volta dalle sue ceneri, la Fenice cerca di convincerci di essere sempre la stessa. Ciascuno di coloro che prima della tragedia erano suoi ospiti abituali sa però che non è così, e non solo perché nessuna copia, per quanto perfetta, è l’originale. Ridotti a una colonia di troppo pochi esemplari, i veneziani non possiedono il peso specifico necessario per poter essere presi in considerazione nei meccanismi economici che stanno guidando il processo di sfruttamento intensivo della città, ai quali Venezia è funzionale solo in quanto marchio e sfondo. Nella logica del “grande evento” e della sua congenita propensione all’elefantiasi non rientrano i concetti di appropriatezza e sostenibilità e tutto deve essere sempre più grande, invasivo e, di conseguenza, redditizio.

Ecco così le megamostre “vai-e-sbanca” cacciate a forza dentro Palazzo Ducale, totalmente estranee a una gloriosa tradizione di esposizioni che nei decenni ha dato contributi fondamentali alla storia degli studi sulla pittura veneta. Ecco le Biennali sempre più lunghe e sempre più invasive, sei mesi di blocco totale dei Giardini e di parti sempre più consistenti dell’Arsenale che pongono un’ipoteca inspiegabilmente inderogabile anche per il resto dell’anno. Ecco il Festival del Cinema, che usa la città come terra di attraversamento delle orde di cinefili con tessera al collo che per dieci giorni vanno e vengono dal Lido e al quale inoltre Venezia deve la scandalosa vicenda del Palazzo del Cinema. Ecco i fallimentari concerti in Piazza San Marco degli anni passati, ecco soprattutto il Carnevale, grottesco scimmiottamento di una tradizione gloriosa ma morta e sepolta calato dall’alto, gestito altrove e destinato unicamente al turismo e allo sfruttamento economico più spietato.

Ecco la Fenice, consegnata all’invadenza delle agenzie turistiche e dei pacchetti tutto compreso, che fanno sì che l’americano caciarone e disinteressato che ti siede a fianco e se ne va a metà dell’atto costringendo tutta la fila ad alzarsi, abbia sicuramente sganciato meno della metà dei 165€ che hai pagato tu, un bel gruzzolo e più del doppio di quanto costa, per dire, un analogo biglietto alla Deutsche Oper di Berlino. Una volta ti sentivi a casa, alla Fenice, come quei milanesi nella loro Scala. Non ci andavi certo tutte le sere come loro ma tante, tante volte in un anno, anche più volte a vedere lo stesso spettacolo e come quei milanesi conoscevi un po’ tutti, conoscevi le maschere, le signore del guardaroba e soprattutto lo zoccolo duro del pubblico, quello con cui ti ritrovavi sera dopo sera e con cui avevi anche condiviso lunghe file alla biglietteria. Persino qualche nottata, in coda su quei gradini a San Fantin. Oggi ci dicono che siamo troppo pochi, e che per forza di cose il teatro deve proiettarsi verso il mercato esterno. Sarà per questo che al posto delle maschere ci sono le hostess e che un pezzo del foyer è diventato bookshop, inutile anglicismo per mascherare il più corretto: bottega di carabattole. Sarà tutto vero, ma è anche un po’ per questo che quello che era il più bel teatro del mondo si è trasformato per noi in un luccicante cofanetto senz’anima. Una delle infinite, splendide location di questa città.

Annunci

La vocazione commerciale di Mestre. Editoriale di Debora Esposti

Mestre fin dagli albori della sua storia, precedente la nascita di Venezia, si e’ distinta per la sua vocazione commerciale e piccolo imprenditoriale. La sua fortunata posizione al centro di importanti arterie di collegamento tra nord e sud Europa, tra est e ovest ne facevano crocevia  attraverso il quale transitavano merci e persone in tempo di pace; armi, soldati e rifornimenti in tempo di guerra.

MestreAntica

Grazie al commercio il borgo di Mestre si e’ trasformato in cittadina viva e fiorente, brulicante di un fervore economico, sociale e culturale invidiabile. Il suo sviluppo e la sua vocazione subirono pero’ un brusco cambio di rotta quando intorno agli anni ’20 nel secolo scorso le venne “imposto” un ruolo nuovo, del tutto diverso da quello suo congenito. Interessi “privati” spinsero infatti per uno sviluppo industriale e da allora anche l’orientamento della locale amministrazione prese questa direzione.

Lo skyline della Citta’ passo’ in pochi anni da orizzontale a verticale, ma senza alcun fascino.

Abbattuti i tipici casoni (di cui fu cancellata perfino la memoria collettiva poiche’ indici della massima miseria), le case private ad uno due piani con giardino, i grandi spazi verdi (spesso veri e propri boschi ) e le tante ville disseminate in Città.. Al loro posto crebbero interi quartieri di squallidi palazzi , una autentica “marmellata urbanistica”, al solo scopo di dare alloggio alle migliaia di lavoratori giunti da tutto il Veneto per lavorare nel Porto industriale di Marghera.

Mestre Parco Ponci 1948 (oggi distesa di asfalto uso parcheggio e mercato rionale)

Mestre Parco Ponci 1948

Le eccellenze mestrine storiche, culturali e commerciali (dall’invenzione degli Zampironi ad opera appunto della famiglia Zampironi, alla riconosciuta paternita’ (e qui scatenero’ l’inferno) del tramezzino solo per citarne alcune), non furono piu’ ritenute priorita’ da preservare – patrimonio e risorsa cittadina- e quando nel 1926 la Città fu privata della propria autonomia amministrativa perse con essa il libero arbitrio delle proprie scelte. Ma il commercio, saldamente radicato nella storia e nella cultura cittadine resistette ancora a lungo, offrendo ad una popolazione in smisurata crescita, l’accesso a beni e servizi di cui tutti, al tempo, necessitavano. La diffusa vendita a credito “sulla parola”, l’illuminazione, la pulizia, l’arredo urbano e la vita sociale derivanti dal commercio erano valori aggiunti che ricadevano gratuitamente sulla Città, facendo del centro storico il fulcro economico di Mestre, il luogo principe di aggregazione e relazione.

Oggi tutto questo non esiste piu’.

Finita l’era industriale di Porto Marghera, gli interessi privati hanno rivolto altrove lo sguardo, lasciando un pesante bagaglio di macerie, inquinamento, disoccupazione e una Città smarrita in quanto priva di un progetto di sviluppo alternativo . Da allora decenni di scelte scriteriate hanno finito per cingere d’assedio la Città “regalandola” ad una grande distribuzione straniera che ha ottuso le menti e ridotto in nuova schiavitu’ senza catene centinaia di lavoratori. Infrastrutture, trasporti e parcheggi : tutto all’insegna di una “ineluttabile modernità” e del “progresso”, con il risultato che Mestre detiene oggi il record di città con il piu’ alto concentramento di centri commerciali d’Europa. Nessun serio sostegno o progetto alternativo a quel commercio fondato su valori come qualita’, professionalita’, rapporto umano.

Il commercio a Mestre boccheggia come un pesce fuori dall’acqua.

-“Tutta colpa della crisi!”- sostengono i piu’.-“ Sicuro!”- La crisi morde ma a Mestre e’ stato solo il colpo di grazia.

Ma sia chiaro : nessun pianto.

Chi fa impresa a Mestre non chiede carità, ne’ compassione, tanto meno assistenzialismo. Chiede solo si crei un clima di collaborazione e rispetto verso questa categoria di “lavoratori”. Vuole sentirsi nuovamente risorsa e non inutile zavorra . Mestre non vive di turismo, tantomeno di rendita: deve rimboccarsi le maniche, reinventarsi e trovare una sua dimensione. Le soluzioni abbondano e sono nella maggiorparte dei casi semplici e a costo zero. Ma non c’e’ piu’ tempo: la Citta’ e’ al limite e deve essere al piu’ presto liberata della camicia di forza che allontana a ritmo serrato residenti e visitatori perche’ percepita come poco accogliente,degradata,triste, rischiosa e “abbandonata”.

Ho una certezza: se messo nelle condizioni per ripartire il commercio mestrino sapra’ ancora una volta autorigenerarsi e tornare fiore all’occhiello di questa Citta’.

Debora Esposti

Museo Correr: fenomeni di dissolvenza di memorie veneziane.

zecchino1

Prologo: A.D. 1496

Se in un qualche giorno dell’Anno Domini 1496 avessimo potuto sorvolare Piazza San Marco, avremmo avuto la fortuna di assistere ad uno spettacolo maestoso e altamente significativo: lo snodarsi di una lunga processione che, con solenne lentezza, attraversa la Piazza. Tutt’intorno il sovrapporsi ed il confondersi di mille suoni di strumenti e di voci, l’occhio si sarebbe soffermato sulla porpora austera dei magistrati o sulle vaste chiazze candide dei prelati coi loro paramenti; qua e là l’opulento broccato dei mercanti e dei nobili si sarebbe alternato al panno dei popolani. Un gran numero di uomini e donne sono affacciati alle finestre e ai balconi delle procuratie ad osservare lo spettacolo.

La Processione pare scaturire dalla Porta della Carta, al cui esterno si riversa un flusso multicolore e costante di uomini; il corteo procede in linea retta, oltrepassa l’ospizio Orseolo per poi curvare bruscamente verso il cuore della Piazza formando un angolo retto… Un baldacchino transita in corrispondenza del portale maggiore della Cappella dogale, mentre la testa di questa lunga teoria di partecipanti pare quasi arrestarsi sulla sinistra, contro un muro bianco, compatto, ordinato di uomini allineati come soldati dietro i propri vessilli. Una fugace brezza muove in maniera quasi impercettibile le grandi bandiere di porpora e oro sui pili, alle finestre e sui balconi. Sullo sfondo la Basilica, viva e scintillante coi suoi mosaici, i cavalli, le numerose sculture e i suoi marmi policromi.

Una Città viva, una Piazza viva, sede con Rialto e l’Arsenale delle molteplici funzioni necessarie alla sopravvivenza e allo sviluppo della comunità. Una comunità in cui a ciascuno spetta un posto, così come gli spetta nelle numerose processioni che si svolgono ogni anno, secondo antiche norme che affondano le loro radici in un tempo remoto. Certo, vi sono differenze sociali e anche molto marcate, ma la Comunità tende a includere per quanto possibile e nessuno si sente estraneo alla Città e alle sue leggi. Magari critico ma non estraneo.

Nella piazza convergono al contempo le suggestioni sacre e le Istituzioni civili: è il centro pulsante di un Popolo forte e vigoroso, ricco e capace, consapevole e orgoglioso del proprio valore. Nonostante l’intensità del momento, si sarebbe avvertita una sensazione di serenità, di ordine razionale: è un rito collettivo cui nessuno si sottrae perché in esso si specchia l’intero microcosmo cittadino; c’è un idem sentire, una tradizione comune, una storia condivisa da innumerevoli generazioni. Domani ognuno di quegli uomini potrà ripartire per combattere nel Levante, commerciare ad Alessandria, gestire un Monastero in Terraferma, scoprire Capo Verde o il Canadà, ma ciascuno di essi si sentirà sempre e comunque, innanzi tutto Veneziano…

http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Procession_in_piazza_San_Marco_by_Gentile_Bellini?uselang=it#mediaviewer/File:Gentile_Bellini_004.jpg

19 febbraio 2015, primo pomeriggio.

Un singolare brusio accoglie il nostro ingresso nella Piazzetta dei Leoncini. Uscendo dalla calle della canonica appare di fronte a noi un’allegra folla disordinata che si divide in mille rivoli per poi aggregarsi improvvisamente in masse compatte, destinate a separarsi ancora senza che vi sia una ragione apparente. Le strutture architettoniche della Piazza rappresentano il limite fisico e il coreografico contenitore all’interno del quale si muove la folla. Singoli individui, coppie, gruppi si muovono, si fotografano, si siedono al caffè, curiosano, si addentrano nei portici delle procuratie o sbucano improvvisamente da dietro una colonna. Apparentemente un tourbillon continuo, un moto perpetuo. In realtà un’occhiata appena più attenta consente di individuare subito dei punti fissi: un cospicuo numero di abusivi africani e asiatici che presidiano con professionalità la Piazza, sufficientemente distanziati l’uno dall’altro per non intralciarsi in maniera accidentale mentre protendono i loro supporti per le macchine fotografiche verso il banco di turisti da cui, talvolta, si stacca qualche esemplare più coraggioso attirato dall’offerta e dalle notevoli prospettive che essa offre.

Involontariamente mi si arcua il sopracciglio sinistro: sinora mai avevo visto una simile massiccia invasione di abusivi in Piazza San Marco. Ogni veneziano conosce la scarsa efficacia dei provvedimenti presi in tal senso dall’Autorità locale nelle ultime decadi; parecchi cittadini non lo ritengono un gran problema, ma i più avvertono in questo fenomeno una forma subdola di violenza che viene sistematicamente attuata verso la città e loro stessi. Di sicuro posso dire che, mentre attraversavamo la Piazza, non siamo riusciti a individuare una forma di controllo che fosse una; il che potrebbe significare che, al di là dell’ormai cronica perdita di funzioni della Piazza, assistiamo anche ad un’autentica abdicazione dal proprio ruolo da parte di chi dovrebbe garantire la legalità: accattoni, guide abusive, venditori di grano, spacciatori dei più eterogenei strafanti e tante altre analoghe figure professionali imperversano.

Col mio amico riflettiamo sulla cosa: dal momento che non possiamo credere che dei dirigenti che raggiungono sempre il massimo della produttività non sappiano che pesci pigliare o non vogliano intervenire, siamo costretti a pensare che il Comune di Venezia abbia ritenuto di riconoscere in qualche modo queste figure professionali alternative. Il mio amico mi guarda vagamente perplesso e imbarazzato.

Ci dirigiamo verso il Museo Correr, fondamentale Istituzione nella vita culturale della Città. Assieme al Palazzo Ducale costituisce ( o dovrebbe costituire) il fulcro espositivo di opere d’arte e collezioni storiche che ricordano la storia e la cultura della Serenissima. È debitore del nome al suo fondatore, Teodoro Correr. Un nobiluomo veneziano che, con la sua instancabile attività. era riuscito negli anni seguente alla caduta della Repubblica, a raccogliere un’enorme quantità di opere artistiche e cimeli veneziani delle più svariate epoche, salvandoli dalla dispersione e costituendo il primo nucleo del Museo. Alla sua morte il Correr decise di lasciare “tutta la sua facoltà … a questa sua Pubblica istituzione, ch’egli pone a tutela della Città di Venezia” (da La Gazzetta di Venezia, 26 febbraio 1830).

Da quel momento il Museo divenne un importante punto di riferimento per studiosi e cittadini e le sue raccolte vennero ampliandosi continuamente grazie ad importanti donazioni o acquisti, come quello effettuato dal Comune di Venezia a fine ‘800 dei cimeli del Doge Francesco Morosini, diventando ben presto uno dei luoghi prediletti di tutti coloro che volevano avvicinarsi alla Storia e alla Civiltà di Venezia.

Eppure, negli ultimi anni, una serie di interventi radicali hanno alterato pesantemente questo ruolo; su iniziativa di alcuni Comitati privati stranieri, se non erro prevalentemente francesi, sono stati restaurati alcuni spazi e allestito un nuovo percorso neoclassico che ha portato alla creazione di una vasta sezione dedicata non tanto a Venezia e alla sua storia quanto agli aspetti e alle forme più palesi della dominazione napoleonica e di quella austriaca: sala da ballo imperiale, una statua di Napoleone Bonaparte che si affaccia sul Salone da ballo, la Sala del trono del Lombardo Veneto, gli appartamenti dell’Imperatrice Sissi (che, se non erro, vi soggiornò circa sei mesi…) e così via…

Questo intervento è stato giustificato con l’assioma per cui tutti gli accadimenti storici avvenuti in un determinato luogo vanno evidenziati e, anzi, celebrati. Per la verità non ho mai incontrato in Cina statue o musei dedicati a qualche imperatore giapponese contemporaneo e non mi risulta neanche che in Polonia qualche Istituzione abbia comprato statue di Stalin o Hitler; mi dicono che persino gli aztechi non hanno ancora commissionato alcuna statua di Carlo V. Ma forse, non sono semplicemente aggiornati sugli ultimi sviluppi della gestione dei musei..

Ad ogni modo, salita la scalinata neoclassica che costituisce l’accesso al Museo, ci soffermiamo brevemente sulla soglia e facciamo un piccolo calcolo: se consideriamo la Storia della Repubblica dalla sua fondazione (vera o presunta) e il fatto che al momento della sua caduta, nel 1797, la Repubblica era stata indipendente per circa un millennio, si può facilmente riscontrare che il periodo napoleonico, quello dell’occupazione austriaca e l’arco di tempo seguente all’annessione italiana, complessivamente considerati, sono ben poca cosa rispetto alla storia della città, anche per l’apporto dato in termini di influenza economica e culturale, eccellenze prodotte e quant’altro.

Ad ogni buon conto col mio amico decidiamo di verificare di persona se davvero il Museo Correr a seguito di questi ed altri interventi stia perdendo la sua anima e i suoi obiettivi istituzionali e con baldo entusiasmo oltrepassiamo la porta a vetri per addentrarci nei misteriosi itinerari del Correr, in primis nei famosi Itinerari neoclassici. [Breve nota: è giusto fare una doverosa precisazione: l’impatto col personale che si occupa dell’accoglienza, della biglietteria e degli altri servizi ai visitatori è positivo. Mentre siamo in coda per i biglietti si dimostrano gentili e professionali con tutti. Più in generale bisogna anche ricordare che c’è una lunga e solida tradizione di professionalità che ha reso possibile il tramandarsi dell’immenso patrimonio culturale del Museo].

Entrati nel grande Salone da ballo finiamo immediatamente nel raggio dello sguardo indagatore dalla famosa statua di Napoleone, scolpita da Banti, che venne acquistata anni addietro in un’asta londinese (Costa sindaco e Romanelli direttore) e ricondotta a Venezia dove nessuno la voleva o l’aveva richiesta; stranamente il suo ritorno fu accompagnato dalle più accese polemiche nei confronti dell’operazione e dei due responsabili dell’acquisto.

http://archiviostorico.corriere.it/2002/gennaio/26/Napoleone_statua_torna_Venezia_co_0_020126556.shtml

In effetti se si pensa all’immenso patrimonio storico-artistico di Venezia e alle esigenze del suo mantenimento, spendere oltre 300.000 euro per una statua del tiranno distruttore della Repubblica, di colui che ne ha fatto scempio e l’ha saccheggiata senza pietà, denota una scarsa sensibilità o una scelta ideologica ben precisa. Una considerazione a margine: la bontà e la condivisione dell’iniziativa da parte della cittadinanza è ben attestata dallo spesso cristallo che protegge la statua di Bonaparte, cristallo che, stranamente, non si è ritenuto di utilizzare per proteggere nessuna delle centinaia di statue della collezione Grimani, importantissime e di assoluto pregio, che sono esposte a poche decine di metri dal tiranno di marmo. Misteri museologici…

Fu lo stesso Napoleone a dare l’ordine di abbattere una chiesa sansoviniana per erigere l’ala che porta tuttora il suo nome, allo scopo di disporre di uno spazio pubblico adeguato al rango e, in particolare, di un salone da ballo imperiale. Che dire… in effetti, Venezia era talmente priva di saloni da ballo che averne uno in più giustificava l’abbattimento di un edificio storico.

Proseguiamo l’itinerario neoclassico che si dipana in una quindicina di stanze recuperate con indubbia cura e attenzione: lavori di Borsato, arredi neoclassici, un altro bel busto di Napoleone (sempre per la correttezza storica) e della consorte Maria Luisa; alcuni ritratti di imperatori austriaci e, finalmente, nella camera da letto di Sissi un bel paio di dipinti che ritraggono Francesco Giuseppe e, naturalmente, Elisabetta di Baviera. Nel complesso il lavoro pare fatto con professionalità e alcuni pezzi risultano addirittura esser stati parte dell’arredo originale… ma, nonostante la presenza a fine percorso di alcune statue del Canova, un dubbio si affaccia alla mente: è esattamente ciò che serve a Venezia? Il paragone con altri palazzi europei coevi appare impietoso e, forse, tanta professionalità era degna di miglior causa. E il peggio pare non essere ancora arrivato…

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cultura_e_tempolibero/2013/18-luglio-2013/risorgimento-museo-correr-2222217545089.shtml

http://guiotto-padova.blogautore.repubblica.it/tag/fogliata/

Forse qualcuno si dimentica che i milioni di visitatori di Venezia arrivano in laguna per la sua immagine e per i significati che l’hanno resa grande e famosa in tutto il mondo, non certo per le disgrazie che ha patito, dalle invasioni straniere al suo attuale disfacimento fisico e sociale.

Ma tornando a noi, superate le neoclassiche forche caudine e in attesa di trovarci magari con un’ampia, esaustiva, ineluttabile e ancor meno sensata esaltazione di Casa Savoia, possiamo ancora vedere alcune stanze che, mirabile dictu, costituiscono un itinerario dedicato alla storia e alla civiltà della Repubblica di Venezia. L’itinerario prevede la visita di alcune sale del precedente allestimento che anche in questo caso sono raggruppate per temi. Grazie a questa fortunata combinazione, i visitatori ancora per qualche tempo potranno addirittura venire a conoscenza dell’esistenza della Repubblica Veneta, una strana Entità governata da un Doge e con tanti bei magistrati in tinta unita porpora; che aveva addirittura una monetazione e delle navi, cosa se ne facesse dell’una e delle altre non è dato sapere, ma c’erano. E che dire del fatto che persino i Veneziani leggevano e avevano addirittura delle biblioteche? Almeno una, quella dei Teatini è conservata in un’apposita stanza, ma contiene solo vecchi libri polverosi e poco aggiornati chissà che non sia il caso di mandarla a fare compagnia in soffitta ai cimeli del Morosini…

Al di là degli scherzi, i materiali sono interessanti e la sola raccolta numismatica varrebbe un viaggio; ma prevale uno scarso coordinamento delle tematiche: attualmente sono disponibili molti supporti che aiutano a spiegare la storia in maniera più compiuta e, magari per i più giovani, più avvincente.

Alla fine, affiora un po’ di stanchezza e siamo ragionevolmente sicuri di avere una risposta alle nostre domande iniziali: nel corso della nostra visita ci siamo imbattuti in tre settori apparentemente disarticolati e, se volessimo metterci nei panni di un visitatore, potremmo facilmente immaginarne la reazione meravigliata, dal momento che è la stessa del mio amico; per di più, le nostre conoscenze globali su Venezia non sono particolarmente aumentate. Così, accantonata per motivi di tempo la visita all’archeologico, che conosciamo già piuttosto bene (e che comunque appartiene ad un’altra famiglia istituzionale) e rimandando un’ulteriore visita alla Quadreria, ci dirigiamo verso l’uscita affrontando un altro relitto dell’antico allestimento: alcune sale dove sono stati riuniti reperti relativi ai temi delle feste, delle arti e dei mestieri, dei giochi, riuniti in un simpatico assemblaggio che ricorda un souk arabo piuttosto che una mostra della Civiltà veneziana.

All’uscita, la pungente aria invernale entra nei polmoni e ci risveglia. La Piazza si estende di fronte a noi. Quella Piazza che noi tutti Veneziani amiamo ma che ormai disertiamo; ridotta a gigantesca area museale ormai praticamente priva di tutte le sue funzioni pubbliche e private, dove il Palazzo Ducale è stato trasformato in una gigantesca macchina da reddito (perdendo ruolo e, se vogliamo, anche dignità), dove la Cappella dogale diventata Basilica ha perso le sue peculiarità e anch’essa si affida agli introiti turistici per il proprio mantenimento, dove persino nelle Procuratie i fantasmi dei magistrati veneti sono stati sfrattati e gli spazi si stanno tramutando in infiniti gusci vuoti che potrebbero, prima o poi, diventare esclusivi appartamenti privati. In questa filosofia di trasformazione l’operazione di riallestimento del Correr si inserisce perfettamente e rafforza il presagio dell’ineluttabile fine della Città.

Spiace anche che i fondi offerti dai molti sponsor privati che hanno partecipato all’intervento siano confluiti in una simile impresa. Sulle politiche dei vari Comitati si pronunci chi ha maggiore competenza, ma possiamo concludere questa nota giocosa con una considerazione preoccupata: a Venezia non manca la possibilità di trovare i fondi necessari per realizzare idee e progetti. Venezia è disperatamente priva di una programmazione basata sui bisogni e sulle opportunità che le sono proprie. L’impegno delle recenti amministrazioni comunali si è concentrato sulla commercializzazione dell’immagine di Veniceland. Un problema? No perché? In fondo possiamo offrire un nuovo percorso ai milioni di ignari turisti che arrivano ogni anno: la visita degli appartamenti di Ken e Barbie!! Scusate, mi sono confuso, volevo dire della Principessa Sissi…

Francesco Ceselin

zecchino2

RESIDENZA TURISTICA: 45 – 38 – 28 TERNO SECCO, di Giorgio OMACINI

CasaTascabile

Con due sentenze del T.A.R del 27/01/2015, procedimenti n. 0075/2015 e 0076/2015 viene stabilito che la superficie residenziale minima per poter praticare affittanze di tipo turistico, non è di mq. 45, ma di mq. 38.

I Giudici hanno, fra le altre, suffragato le proprie sentenze affermando che sarebbe stato più logico tollerare superfici modeste per alloggi da fruirsi per brevi periodi piuttosto che il contrario (risiedere stabilmente in 38 mq.).

Con i poteri della Giunta, il Commissario Zappalorto ha licenziato il Nuovo Regolamento Edilizio del Comune di Venezia (comunicato stampa del 6/2/2015).

Se non interverranno modifiche, concluso l’iter amministrativo, chi disponesse di un alloggio di mq. 28 ed intendesse adibirlo a locazioni turistiche, in analogia con quanto sopra, potrà, legittimamente, farlo.

Il 27/1/2015 si esprime il T.A.R., il 6/2/2015 esce il comunicato stampa del Comune di Venezia.

A questo punto, barrare la casella scelta ed aprire, se si ritiene, il dibattito:

A) precisa scelta;

B) non c’era più il tempo tecnico;

C) nessuno lo sapeva.

Arch. Giorgio Omacini

Palazzo Zorzi a San Severo. Dopo l’UNESCO, chi?

PAZ

La prima volta che andai a mangiare al Giardinetto, in Salizada Zorzi, ci andai per il risotto con le cape longhe. Nel salone del ristorante, ricavato dalla cappella del Palazzo (ma in realtà credo dalle cucine) troneggia (e troneggia tuttora) un grande camino col mio stemma. Scherzando col proprietario, al momento del conto feci notare che siccome loro erano in casa mia il conto avrebbero dovuto pagarlo loro. Il padrone rise e fece proprio così: mi invitò. Da allora ci venni spesso. Pagando, naturalmente.

Sono molto affezionato a Palazzo Zorzi a San Severo. La prima volta che vi entrai fu almeno quaranta anni fa, prima del restauro che lo portò a nuovo splendore. Ero terribilmente curioso di vedere come fosse fatto dentro, in che casa aveva vissuto gente che aveva portato il mio nome. Mio padre me ne aveva parlato nel suo solito modo, coltissimo e ironico: “Voluto nel 1480 da uno Zorzi soprannominato “Mani d’Oro” per la sua abilità negli affari, caso unico in una famiglia piena di mani bucate”. Ricchissimo certo era stato, per volere l’architetto Mauro Codussi, il genio rinascimentale che costruì Palazzo Vendramin – Calergi, Santa Maria Formosa, San Giovanni Crisostomo, San Michele in Isola. Così, eccomi davanti al portone chiuso con una catena, ma che, spingendo forte, si apriva il necessario per far passare lo smilzo ventenne che allora ero. Salii la scala di pietra con gran cautela, sperando di non cadere assieme ad un gradino pericolante. Entrai nel grande salone a T, unico a Venezia. Buio, polveroso, ma con la meraviglia degli stucchi che incorniciavano pareti a tempera verde. Dalle fessure nelle imposte il sole lanciava nella stanza lame di luce, su cui danzava la polvere. Vagai di sala in sala, tra le mura a tempera e le bianche cornici di stucco. Dovunque la desolazione. Poi sentii una voce canticchiare e sceso un piano mi imbattei in un ometto che non si sorprese affatto della mia presenza, né del fatto che mi chiamassi Zorzi. Abitava nell’ala che dà sull’antico giardino del palazzo convertito a bocciofila. Alle finestre l’omino coltivava gerani di plastica che si prendeva gran cura di annaffiare. Alle pareti uno scaffale di bottiglie di grappa in diversi stadi di consumazione, con cui l’omino evidentemente innaffiava se stesso. In una stanza troneggiava una bara, con un cuscino e delle lenzuola. “Io dormo lì”- disse l’omino – “Così quando morirò sarò già bello e pronto”. Successe proprio così, qualche tempo dopo, e per lungo tempo il palazzo rimase ermeticamente chiuso.

Dopo i restauri eseguiti con mano forse un po’ pesante ma salvifici dall’incuria e dalla decadenza e l’assegnazione all’Unesco sono entrato spesso in Palazzo Zorzi. Ci andavo con mio padre, nei ventisette anni in cui presiedette l’Associazione dei Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia. Scherzai con lui sulla sua posta indirizzata “N.H. Alvise Zorzi – Palazzo Zorzi – Venezia”; lui allora tirò fuori una vecchia lettera di mio nonno, quando era in Biennale, indirizzata “N.H. Elio Zorzi – Palazzo Ducale – Venezia”. “Si può far di meglio, come vedi”, mi disse.

A Palazzo Zorzi ho imparato da mio padre come si governa una riottosa assemblea internazionale, in cui ciascuno vuole emergere, con pugno di ferro in guanto di velluto. La stessa autorità, assieme al suo carisma personale, con cui chiamò alle armi i Comitati Internazionali contro le minacce a Venezia nascoste dietro le rosee promesse dell’Expo 2000. Dal grande portego a T di Palazzo Zorzi papà espose con lucidità di storico e con commozione di veneziano i pericoli, gli orrori, le potenziali devastazioni della sciagurata iniziativa. I Comitati si schierarono. Venezia si schierò. Con un colpo di mano mio padre riuscì a far pervenire una lettera “ad personam” a tutti i Senatori. La politica si schierò. L’Expo, che di fatto avrebbe anticipato di quindici anni le invasioni barbariche che viviamo adesso, non si fece. L’Unesco in quel caso fu determinante nella salvaguardia della fragilità e della specificità veneziana ma più dell’Unesco furono gli uomini e le donne di Venezia che si schierarono contro alcuni potenti per dire no. Uomini e donne liberi contro la banda dei Soliti Noti.

Eppure non è una bella notizia che l’Unesco voglia abbandonare Venezia. Suona come l’ennesima chiusura alla civiltà, l’ennesimo abbandono alla barbarie, alla politica, all’affaristica senza scrupoli. Nonostante Franco Miracco scriva che l’Unesco granché non ha fatto per Venezia, ricordiamo che oltre a quell’occasione in cui si schierò coi Veneziani, essa ha sempre rappresentato il garante della qualità e della correttezza di qualsiasi lavoro di restauro effettuato nella Città da privati o da istituzioni. Un ruolo non indifferente, che ha reso la sede di Palazzo Zorzi punto di riferimento fondamentale per la salvaguardia di Venezia. Certamente il lungo episodio delle affissioni in area Marciana poteva essere gestito meglio, certamente il progressivo spopolamento poteva essere affrontato con maggiore forza, certamente la crisi della politica meritava qualcosa di più che un commento. ma non si può ridurre a zero il ruolo di Palazzo Zorzi nella salvaguardia della forma di Venezia. Quanto al suo contenuto… ma questa è un’altra storia. E’ una storia che non riguarda solo Palazzo Zorzi, ma tutti i palazzi, tutte le case di Venezia e tutti coloro che vi abitano. I pochi, agguerriti abitanti e gli ancor meno numerosi e ancor più agguerriti che fanno fracasso, si oppongono, difendono, non accettano, chiedono. E sempre più spesso vincono ed ottengono.

Chi andrà a Palazzo Zorzi? Spero qualche altra istituzione alta ed importante: di palazzi Zorzi ridotti ad albergo ce n’è già uno. Basta e avanza. Il sogno è che vi vada gente che, come l’Unesco, come i Comitati Privati, come mio padre e come tanti altri Veneziani di nascita o di elezione che vi han posto piede, si battono per difendere e sostenere la vita di questa nostra Città. I Veneziani liberi.

PIERALVISE ZORZI

Primavera in arrivo..

Restare “come d’autunno sugli alberi le foglie”, o preparare insieme una nuova Primavera?

“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” – parafrasando Ungaretti? Noi non ci stiamo, e lo diciamo da mesi. Lo diciamo dal 25 aprile dell’anno scorso, quando nella nostra prima lettera aperta abbiamo confrontato i dati attuali con quelli post-epidemie di peste e ci siamo chiesti cosa abbia fatto di male questa città, per svuotarsi allo stesso ritmo con cui in città affluivano miliardi di euro destinati a mega-opere non richieste mentre per la manutenzione ordinaria, l’artigianato e l’edilizia popolare non si trova un soldo.

Popolazione residente nel Comune di Venezia al 2 febbraio 2015: 264.934 persone (meno 193, rispetto al 31 dicembre). Popolazione residente nella Municipalità di Venezia Murano Burano: 64.351 persone (meno 68, al ritmo di due residenti al giorno: meno 441 negli ultimi 6 mesi), di cui poco più di 50.000 nei “sestieri” storici e gli altri nelle isole (Giudecca compresa). Il 25 aprile 2014 avevamo scritto:

“Dopo ogni epidemia di peste (da 143.000 a 98.000 abitanti, con l’epidemia del 1630) i nostri avi erano stati capaci di rialzarsi e attirare nuove energie, riportando in pochi anni questa città alla sua popolazione naturale. Di quale epidemia siamo malati, se dalla liberazione del 1945 a oggi abbiamo perso 100.000 abitanti, di cui quasi 4.000 negli ultimi 5 anni? Quanto tempo ci rimane prima di scendere sotto quella soglia critica che porterebbe alla chiusura del nostro ospedale, delle scuole e degli asili per i nostri figli, in omaggio alla prossima « spending review »? A chi vuole garantire un futuro per questa città così ricca di passato, chiediamo di farsi avanti e formulare delle proposte concrete sui pochi punti che dovrebbero accomunarci tutti, al di là degli steccati di partito”. A quell’appello hanno risposto in tanti, e da quell’appello sono nate le iniziative targate “25 aprile”: 25 aprile come San Marco, e come festa della Liberazione: per liberare Venezia dalle troppe incrostazioni che ne hanno ingessato le energie vive, negli ultimi anni.

Le elezioni si avvicinano e su questo tema ritorneremo ancora, ma l’autunno non fa per noi. Dopo la “battaglia del Contorta”, la beffa della Fenice e le altre battaglie tematiche che ci hanno visti protagonisti negli ultimi mesi,  per alcuni di noi è venuto il momento di discutere il disegno complessivo, nella consapevolezza che in questa città “tutto si tiene”. A chi ancora ama questa città proponiamo di lavorare ad un patto alla luce del sole, senza pregiudiziali ideologiche, per i prossimi 5 anni: un patto per Venezia. Cosa chiediamo?

  1. Ai candidati Sindaco non chiederemo se sono di destra o di sinistra, perché lo scandalo del MoSe ha dimostrato che, quando si trattava di pigliare quattrini, quella era solo una facciata per i gonzi: ai candidati Sindaco chiederemo invece cosa intendono fare in concreto per invertire la tendenza all’esodo, che sta spopolando Venezia;
  2. Ai candidati Sindaco non chiederemo se sono nati a Chioggia o a San Donà di Piave, a Cannaregio o a Chirignago, ma come intendano impegnarsi su un obiettivo realistico che vogliamo fin d’ora quantificare: 1.000 residenti in più all’anno per i prossimi 5 anni, utilizzando il patrimonio edilizio esistente; dal 2001 a oggi ne abbiamo persi 9.000 senza distruggere case o palazzi, il che vuol dire che le case ci sono; al futuro Sindaco chiederemo anche cose “banali” e facili come gli allacciamenti fognari che mancano per la consegna degli appartamenti alle Conterie, ennesima presa in giro di una classe politica che aveva vinto le elezioni del 2010 con la promessa di “5.000 nuovi alloggi per il social housing” e ne ha consegnati (forse) un centinaio, mentre l’ex caserma Manin è diventata foresteria e del progetto “Conterie” si è visto (finora) soltanto l’ennesimo albergo – tanto per fare un esempio.
  3. Ai candidati Sindaco non chiederemo di trastullarci con una futuribile città metropolitana che secondo alcuni si estenderebbe fino a Treviso e Padova, ma di garantire innanzitutto che la città capoluogo abbia un futuro, e non ci accontenteremo di chiacchiere: al prossimo Sindaco chiediamo fin d’ora il blocco temporaneo dei cambi di destinazione d’uso a tutela della residenzialità nei sestieri, e l’impegno ad attuarlo nei primi 3 mesi dall’insediamento; ai candidati Sindaco chiediamo misure concrete per i negozi di vicinato che, a Venezia come a Mestre, stanno chiudendo i battenti, per la cantieristica minore e per le attività artigianali che rischiano di scomparire impoverendoci non solo materialmente ma anche per la cultura unica al mondo che rappresentano.
  4. Ai candidati Sindaco non chiederemo a quale corrente PD o PDL appartengono, ma quali posti di lavoro di qualità sia possibile creare a Venezia, sfruttando l’enorme potenziale dell’Arsenale che per secoli ne è stato il cuore produttivo, e quello di un Parco della laguna nord che non può diventare un museo pieno di vincoli decisi altrove, ma un luogo vivo i cui residenti devono poter circolare con le loro imbarcazioni e poter offrire qualcosa di diverso dal turismo di massa che ha rovinato Venezia: un turismo di qualità con una nuova categoria di licenze per il trasporto acqueo di persone, all’interno del costituendo Parco della laguna i cui regolamenti attuativi devono essere adottati nei prossimi mesi, e nel cui ambito potranno essere favorite nuove attività portatrici di lavoro per chi la conosce e la rispetta, la nostra Laguna.
  5. Ai candidati Sindaco non chiederemo di autorizzare nuovi alberghi in sestieri che ne sono già saturi, ma di incentivare un turismo diffuso e di qualità che crei ricchezza in tutto il territorio comunale, Mestre compresa, alleggerendo la pressione sui sestieri; ai candidati Sindaco non chiederemo miracoli ma impegni concreti, ai candidati Sindaco non chiederemo miracoli ma impegni concreti, come quello di evitare che Palazzo Zorzi (sede UNESCO) si trasformi nell’ennesimo albergo.
  6. Chiediamo troppo? Ai candidati Sindaco chiediamo semplicemente che bambini nati in uno dei luoghi più belli del mondo, possano crescere, studiare e sorridere nell’ambiente dove sono nati e non siano un giorno costretti a lasciarlo per mancanza di case, di servizi e di opportunità lavorative, come tanti di quelli che li hanno preceduti. Lo facciamo per loro, perché possano vedere e vivere quello che abbiamo visto noi, quindi saremo battaglieri come chiunque ami veramente i propri figli.. e dato che a Venezia ci lega un rapporto di amore, saremo appassionati come sa esserlo chi difende la Donna amata. Lo faremo con il cuore e con la testa, come abbiamo fatto da queste pagine in questi primi nove mesi, anche se non ci firmeremo più “Gruppo25aprile” perché vogliamo creare una coalizione più ampia, dove non contano i marchi o l’orticello da difendere ma gli obiettivi comuni che solo una coalizione più ampia potrà conseguire, in vista di elezioni che si annunciano incerte quanto decisive, tanto per il futuro di Venezia e delle sue isole quanto per quello di Mestre e Marghera, che non sono realtà omogenee.
  7. Al candidato Sindaco che ci dimostrerà di meritarlo, offriremo un patto alla luce del sole basato sulle cose da fare nei prossimi cinque anni, e se fra quelli che la Politica propone o impone non lo dovessimo trovare, siamo pronti a candidare uno (una) di noi. I partiti sono avvertiti.. e a partire dai prossimi giorni utilizzeremo questa nuova pagina Internet, che si occuperà prevalentemente di elezioni comunali: quelle previste per la seconda metà di maggio. Che siano l’inizio di una nuova Primavera, per Venezia e per le sue isole. Noi ci saremo, perché di questo autunno interminabile siamo stanchi, ma non rassegnati.

Venezia, 4 febbraio 2015

Nata a Venezia

Navigazione articolo