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Venezia, location e basta? L’editoriale di Riccardo Domenichini

Fenice

“Arrivo alle sette di sera morto di stanchezza, corro alla Scala”. È il 24 settembre 1816 e Milano, la prima delle capitali italiane che il trentatreenne Stendhal si accinge a visitare in un viaggio da lungo tempo sognato, schiude le proprie porte al non ancora illustre visitatore e si presenta a lui non con strade o parchi, regge o monumenti, ma con il più celebre dei suoi teatri. La Scala è il luogo in cui l’immagine più vera e più viva della città gli si manifesta con totale evidenza: “Il teatro della Scala è il salotto della città. Ci si riunisce soltanto lì; non si riceve in nessuna casa. Ci vedremo alla Scala, è frase corrente per ogni genere d’affari. Il primo colpo d’occhio fa venire le vertigini. Sono in estasi mentre scrivo queste righe”. Questa città del sogno che accoglie il giovane francese non è un immobile paesaggio ma un organismo vivente, il prodigioso risultato della naturale simbiosi fra la città costruita e la sua gente, che la abita e la rende unica e diversa da ogni altra.

Per secoli Venezia si è offerta ai foresti che da sempre ne hanno fatto la più cosmopolita delle capitali europee con un’immagine nella quale componente architettonica e componente umana sono stati elementi inscindibili uno dall’altro. Neppure la grande pittura, che nel Settecento diffuse questa immagine nel mondo, pensò mai di fare a meno dei suoi abitanti, fossero le mille “macchiette” di una veduta di Canaletto o i protagonisti di una scena di genere di Pietro Longhi. Veneziani affollavano la Sensa e il Redentore, gli ingressi degli ambasciatori, le regate che accoglievano principi e re, gli spettacoli offerti all’Arsenale per mostrare (e che la cosa servisse da monito) l’eccezionale abilità delle maestranze della Repubblica nell’assemblare con sbalorditiva velocità i pezzi di una nave intera. Venezia era poi città di teatri d’opera e di commedia, per tutti i gusti e tutte le tasche, di ospedali e chiese nei quali fioriva una vita musicale ininterrotta. L’abbondanza di offerta che oggi chiameremmo “culturale” in senso più lato lasciava sbalorditi i viaggiatori, ai quali la città schiudeva (non senza interesse, naturalmente) le porte dei suoi luoghi più prestigiosi con una generosità degna di un benigno monarca metastasiano. Mai, si ammirasse da una riva il passaggio di fantasmagoriche bissone, si ascoltassero le putte della Pietà o un qualche Alessandro nell’Indie al San Giovanni Grisostomo, Venezia derogava dal suo ruolo di splendida padrona di casa, certamente inimmaginabile senza la sua stupefacente componente ambientale ed architettonica ma anche impensabile senza la presenza di quel suo popolo che la rendeva un caleidoscopico, brulicante organismo vivente.

Quasi tutto questo, lo sappiamo, è morto nel 1797, la storia ha fatto il suo corso e non vale la pena crogiolarsi nell’improduttivo rimpianto. Potrebbe anzi quasi sembrare che dal punto di vista dell’offerta culturale la città di oggi abbia conservato, mutatis mutandis, quel ruolo di attore di primissimo piano che storicamente le appartiene da secoli. In fondo c’è la Biennale, che con arte architettura cinema musica e teatro copre quasi ogni campo dello scibile, c’è la Fenice, ci sono le grandi mostre, i musei. Anzi, ci viene detto con una frequenza che inizia a divenire preoccupante che l’intera città è un museo. Questa immagine mette i brividi: un museo può essere un posto meraviglioso, ma una città non può essere un museo, a meno che non si chiami Pompei, Petra o Macchu Picchu. A meno che, per dirla breve, non sia una città morta.

Rifiutiamoci quindi di considerare Venezia un museo, ostiniamoci anzi a tenerla per un corpo vivo, seppure in pessima salute, e proviamo a chiederci se c’è qualcosa che differenzia la Venezia crogiolo culturale del mondo di oggi dalla Venezia crogiolo culturale del mondo di allora. Naturalmente c’è, e sostanziale: quella Venezia era viva, questa è una scatola vuota o che si finge vuota, artificiosamente riempita di iniziative (“eventi”, parola orribile) che sempre più trovano le proprie ragioni al di fuori di essa, e sempre più nell’ambito così poco culturale della redditività economica.

Perché Venezia, diciamocelo, è una prestigiosissima location.

La città di oggi ha trasformato i propri cinema in supermercati, pizzerie o negozi di borse, oppure li tiene semplicemente lì, le serrande abbassate da anni, abbandonati all’incuria. Il Teatro del Ridotto (da farsi venire le lacrime agli occhi ogni volta che si transita in calle Vallaresso) è la sala da pranzo di un albergo mentre, risorta ancora una volta dalle sue ceneri, la Fenice cerca di convincerci di essere sempre la stessa. Ciascuno di coloro che prima della tragedia erano suoi ospiti abituali sa però che non è così, e non solo perché nessuna copia, per quanto perfetta, è l’originale. Ridotti a una colonia di troppo pochi esemplari, i veneziani non possiedono il peso specifico necessario per poter essere presi in considerazione nei meccanismi economici che stanno guidando il processo di sfruttamento intensivo della città, ai quali Venezia è funzionale solo in quanto marchio e sfondo. Nella logica del “grande evento” e della sua congenita propensione all’elefantiasi non rientrano i concetti di appropriatezza e sostenibilità e tutto deve essere sempre più grande, invasivo e, di conseguenza, redditizio.

Ecco così le megamostre “vai-e-sbanca” cacciate a forza dentro Palazzo Ducale, totalmente estranee a una gloriosa tradizione di esposizioni che nei decenni ha dato contributi fondamentali alla storia degli studi sulla pittura veneta. Ecco le Biennali sempre più lunghe e sempre più invasive, sei mesi di blocco totale dei Giardini e di parti sempre più consistenti dell’Arsenale che pongono un’ipoteca inspiegabilmente inderogabile anche per il resto dell’anno. Ecco il Festival del Cinema, che usa la città come terra di attraversamento delle orde di cinefili con tessera al collo che per dieci giorni vanno e vengono dal Lido e al quale inoltre Venezia deve la scandalosa vicenda del Palazzo del Cinema. Ecco i fallimentari concerti in Piazza San Marco degli anni passati, ecco soprattutto il Carnevale, grottesco scimmiottamento di una tradizione gloriosa ma morta e sepolta calato dall’alto, gestito altrove e destinato unicamente al turismo e allo sfruttamento economico più spietato.

Ecco la Fenice, consegnata all’invadenza delle agenzie turistiche e dei pacchetti tutto compreso, che fanno sì che l’americano caciarone e disinteressato che ti siede a fianco e se ne va a metà dell’atto costringendo tutta la fila ad alzarsi, abbia sicuramente sganciato meno della metà dei 165€ che hai pagato tu, un bel gruzzolo e più del doppio di quanto costa, per dire, un analogo biglietto alla Deutsche Oper di Berlino. Una volta ti sentivi a casa, alla Fenice, come quei milanesi nella loro Scala. Non ci andavi certo tutte le sere come loro ma tante, tante volte in un anno, anche più volte a vedere lo stesso spettacolo e come quei milanesi conoscevi un po’ tutti, conoscevi le maschere, le signore del guardaroba e soprattutto lo zoccolo duro del pubblico, quello con cui ti ritrovavi sera dopo sera e con cui avevi anche condiviso lunghe file alla biglietteria. Persino qualche nottata, in coda su quei gradini a San Fantin. Oggi ci dicono che siamo troppo pochi, e che per forza di cose il teatro deve proiettarsi verso il mercato esterno. Sarà per questo che al posto delle maschere ci sono le hostess e che un pezzo del foyer è diventato bookshop, inutile anglicismo per mascherare il più corretto: bottega di carabattole. Sarà tutto vero, ma è anche un po’ per questo che quello che era il più bel teatro del mondo si è trasformato per noi in un luccicante cofanetto senz’anima. Una delle infinite, splendide location di questa città.

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