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Liberi da pregiudizi, bavagli e guinzagli. Liberi di agire, per Venezia.

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A futura memoria: il comunicato stampa del 4 febbraio

UNESCO“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” – parafrasando Ungaretti? Noi non ci stiamo, e lo diciamo da mesi. Lo diciamo dal 25 aprile dell’anno scorso, quando nella nostra prima lettera aperta abbiamo confrontato i dati attuali con quelli post-epidemie di peste e ci siamo chiesti cosa abbia fatto di male questa città, per svuotarsi allo stesso ritmo con cui in città affluivano miliardi di euro destinati a mega-opere non richieste mentre per la manutenzione ordinaria, l’artigianato e l’edilizia popolare non si trova un soldo.

Le elezioni si avvicinano e su questo tema ritorneremo ancora, ma l’autunno non fa per noi. Quello che proponiamo è una primavera veneziana e a chi ancora ama questa città proponiamo un patto, una coalizione alla luce del sole, senza pregiudiziali ideologiche, per i prossimi 5 anni: un patto per Venezia. Cosa chiediamo?

  1. Ai candidati Sindaco non chiederemo se sono di destra o di sinistra, perché lo scandalo del MoSe ha dimostrato che, quando si trattava di pigliare quattrini, quella era solo una facciata per i gonzi: ai candidati Sindaco chiederemo invece cosa intendono fare in concreto per invertire la tendenza all’esodo, che sta spopolando Venezia;
  2. Ai candidati Sindaco non chiederemo se sono nati a Chioggia o a San Donà di Piave, a Cannaregio o a Chirignago, ma come intendano impegnarsi su un obiettivo realistico che vogliamo fin d’ora quantificare: 1.000 residenti in più all’anno per i prossimi 5 anni, utilizzando il patrimonio edilizio esistente; dal 2001 a oggi ne abbiamo persi 9.000 senza distruggere case o palazzi, il che vuol dire che le case ci sono; al futuro Sindaco chiederemo anche cose “banali” e facili come gli allacciamenti fognari che mancano per la consegna degli appartamenti alle Conterie, ennesima presa in giro di una classe politica che aveva vinto le elezioni del 2010 con la promessa di “5.000 nuovi alloggi per il social housing” e ne ha consegnati (forse) un centinaio, mentre l’ex caserma Manin è diventata foresteria e del progetto “Conterie” si è visto (finora) soltanto l’ennesimo albergo – tanto per fare un esempio.
  3. Ai candidati Sindaco non chiederemo di trastullarci con una futuribile città metropolitana che secondo alcuni si estenderebbe fino a Treviso e Padova, ma di garantire innanzitutto che la città capoluogo (nelle sue componenti d’acqua e di terra) abbia un futuro, e non ci accontenteremo di chiacchiere: al prossimo Sindaco chiediamo fin d’ora il blocco temporaneo dei cambi di destinazione d’uso a tutela della residenzialità nei sestieri, e l’impegno ad attuarlo nei primi 3 mesi dall’insediamento; ai candidati Sindaco chiediamo misure concrete per i negozi di vicinato che, a Venezia come a Mestre, stanno chiudendo i battenti, per la cantieristica minore e per le attività artigianali che rischiano di scomparire impoverendoci non solo materialmente ma anche per la cultura unica al mondo che rappresentano.
  4. Ai candidati Sindaco non chiederemo a quale corrente PD o PDL appartengono, ma quali posti di lavoro di qualità sia possibile creare a Venezia, sfruttando l’enorme potenziale dell’Arsenale che per secoli ne è stato il cuore produttivo, e quello di un Parco della laguna nord che non può diventare un museo pieno di vincoli decisi altrove, ma un luogo vivo i cui residenti devono poter circolare con le loro imbarcazioni e poter offrire qualcosa di diverso dal turismo di massa che ha rovinato Venezia: un turismo di qualità con una nuova categoria di licenze per il trasporto acqueo di persone, all’interno del costituendo Parco della laguna i cui regolamenti attuativi devono essere adottati nei prossimi mesi, e nel cui ambito potranno essere favorite nuove attività portatrici di lavoro per chi la conosce e la rispetta, la nostra Laguna.
  5. Ai candidati Sindaco non chiederemo di autorizzare nuovi alberghi in sestieri che ne sono già saturi, ma di incentivare un turismo diffuso e di qualità che crei ricchezza in tutto il territorio comunale, Mestre compresa, alleggerendo la pressione sui sestieri; ai candidati Sindaco non chiederemo miracoli ma impegni concreti, ai candidati Sindaco non chiederemo miracoli ma impegni concreti, come quello di evitare che Palazzo Zorzi (sede UNESCO) si trasformi nell’ennesimo albergo.
  6. Chiediamo troppo? Ai candidati Sindaco chiediamo semplicemente che bambini nati in uno dei luoghi più belli del mondo, possano crescere, studiare e sorridere nell’ambiente dove sono nati e non siano un giorno costretti a lasciarlo per mancanza di case, di servizi e di opportunità lavorative, come tanti di quelli che li hanno preceduti. Lo facciamo per loro, perché possano vedere e vivere quello che abbiamo visto noi, quindi saremo battaglieri come chiunque ami veramente i propri figli.. e dato che a Venezia ci lega un rapporto di amore, saremo appassionati come sa esserlo chi difende la Donna amata. Lo faremo con il cuore e con la testa, come abbiamo fatto da queste pagine in questi primi nove mesi, anche se non ci firmeremo più “Gruppo25aprile” perché vogliamo creare una coalizione più ampia, dove non contano i marchi o l’orticello da difendere ma gli obiettivi comuni che solo una coalizione più ampia potrà conseguire, in vista di elezioni che si annunciano incerte quanto decisive, tanto per il futuro di Venezia e delle sue isole quanto per quello di Mestre e Marghera, che non sono realtà omogenee.
  7. Al candidato Sindaco che ci dimostrerà di meritarlo, offriremo un patto alla luce del sole basato sulle cose da fare nei prossimi cinque anni, e se fra quelli che la Politica propone o impone non lo dovessimo trovare, siamo pronti a candidare uno (una) di noi. I partiti sono avvertiti.. e a partire dai prossimi giorni utilizzeremo una nuova pagina Internet, che si occuperà esclusivamente di elezioni. Chi lo vorrà potrà seguirci e leggere le nostre proposte, su questa pagina: http://www.liberavenezia.org

Venezia, 4 febbraio 2015

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Palazzo Zorzi a San Severo. Dopo l’UNESCO, chi?

PAZ

La prima volta che andai a mangiare al Giardinetto, in Salizada Zorzi, ci andai per il risotto con le cape longhe. Nel salone del ristorante, ricavato dalla cappella del Palazzo (ma in realtà credo dalle cucine) troneggia (e troneggia tuttora) un grande camino col mio stemma. Scherzando col proprietario, al momento del conto feci notare che siccome loro erano in casa mia il conto avrebbero dovuto pagarlo loro. Il padrone rise e fece proprio così: mi invitò. Da allora ci venni spesso. Pagando, naturalmente.

Sono molto affezionato a Palazzo Zorzi a San Severo. La prima volta che vi entrai fu almeno quaranta anni fa, prima del restauro che lo portò a nuovo splendore. Ero terribilmente curioso di vedere come fosse fatto dentro, in che casa aveva vissuto gente che aveva portato il mio nome. Mio padre me ne aveva parlato nel suo solito modo, coltissimo e ironico: “Voluto nel 1480 da uno Zorzi soprannominato “Mani d’Oro” per la sua abilità negli affari, caso unico in una famiglia piena di mani bucate”. Ricchissimo certo era stato, per volere l’architetto Mauro Codussi, il genio rinascimentale che costruì Palazzo Vendramin – Calergi, Santa Maria Formosa, San Giovanni Crisostomo, San Michele in Isola. Così, eccomi davanti al portone chiuso con una catena, ma che, spingendo forte, si apriva il necessario per far passare lo smilzo ventenne che allora ero. Salii la scala di pietra con gran cautela, sperando di non cadere assieme ad un gradino pericolante. Entrai nel grande salone a T, unico a Venezia. Buio, polveroso, ma con la meraviglia degli stucchi che incorniciavano pareti a tempera verde. Dalle fessure nelle imposte il sole lanciava nella stanza lame di luce, su cui danzava la polvere. Vagai di sala in sala, tra le mura a tempera e le bianche cornici di stucco. Dovunque la desolazione. Poi sentii una voce canticchiare e sceso un piano mi imbattei in un ometto che non si sorprese affatto della mia presenza, né del fatto che mi chiamassi Zorzi. Abitava nell’ala che dà sull’antico giardino del palazzo convertito a bocciofila. Alle finestre l’omino coltivava gerani di plastica che si prendeva gran cura di annaffiare. Alle pareti uno scaffale di bottiglie di grappa in diversi stadi di consumazione, con cui l’omino evidentemente innaffiava se stesso. In una stanza troneggiava una bara, con un cuscino e delle lenzuola. “Io dormo lì”- disse l’omino – “Così quando morirò sarò già bello e pronto”. Successe proprio così, qualche tempo dopo, e per lungo tempo il palazzo rimase ermeticamente chiuso.

Dopo i restauri eseguiti con mano forse un po’ pesante ma salvifici dall’incuria e dalla decadenza e l’assegnazione all’Unesco sono entrato spesso in Palazzo Zorzi. Ci andavo con mio padre, nei ventisette anni in cui presiedette l’Associazione dei Comitati Privati per la Salvaguardia di Venezia. Scherzai con lui sulla sua posta indirizzata “N.H. Alvise Zorzi – Palazzo Zorzi – Venezia”; lui allora tirò fuori una vecchia lettera di mio nonno, quando era in Biennale, indirizzata “N.H. Elio Zorzi – Palazzo Ducale – Venezia”. “Si può far di meglio, come vedi”, mi disse.

A Palazzo Zorzi ho imparato da mio padre come si governa una riottosa assemblea internazionale, in cui ciascuno vuole emergere, con pugno di ferro in guanto di velluto. La stessa autorità, assieme al suo carisma personale, con cui chiamò alle armi i Comitati Internazionali contro le minacce a Venezia nascoste dietro le rosee promesse dell’Expo 2000. Dal grande portego a T di Palazzo Zorzi papà espose con lucidità di storico e con commozione di veneziano i pericoli, gli orrori, le potenziali devastazioni della sciagurata iniziativa. I Comitati si schierarono. Venezia si schierò. Con un colpo di mano mio padre riuscì a far pervenire una lettera “ad personam” a tutti i Senatori. La politica si schierò. L’Expo, che di fatto avrebbe anticipato di quindici anni le invasioni barbariche che viviamo adesso, non si fece. L’Unesco in quel caso fu determinante nella salvaguardia della fragilità e della specificità veneziana ma più dell’Unesco furono gli uomini e le donne di Venezia che si schierarono contro alcuni potenti per dire no. Uomini e donne liberi contro la banda dei Soliti Noti.

Eppure non è una bella notizia che l’Unesco voglia abbandonare Venezia. Suona come l’ennesima chiusura alla civiltà, l’ennesimo abbandono alla barbarie, alla politica, all’affaristica senza scrupoli. Nonostante Franco Miracco scriva che l’Unesco granché non ha fatto per Venezia, ricordiamo che oltre a quell’occasione in cui si schierò coi Veneziani, essa ha sempre rappresentato il garante della qualità e della correttezza di qualsiasi lavoro di restauro effettuato nella Città da privati o da istituzioni. Un ruolo non indifferente, che ha reso la sede di Palazzo Zorzi punto di riferimento fondamentale per la salvaguardia di Venezia. Certamente il lungo episodio delle affissioni in area Marciana poteva essere gestito meglio, certamente il progressivo spopolamento poteva essere affrontato con maggiore forza, certamente la crisi della politica meritava qualcosa di più che un commento. ma non si può ridurre a zero il ruolo di Palazzo Zorzi nella salvaguardia della forma di Venezia. Quanto al suo contenuto… ma questa è un’altra storia. E’ una storia che non riguarda solo Palazzo Zorzi, ma tutti i palazzi, tutte le case di Venezia e tutti coloro che vi abitano. I pochi, agguerriti abitanti e gli ancor meno numerosi e ancor più agguerriti che fanno fracasso, si oppongono, difendono, non accettano, chiedono. E sempre più spesso vincono ed ottengono.

Chi andrà a Palazzo Zorzi? Spero qualche altra istituzione alta ed importante: di palazzi Zorzi ridotti ad albergo ce n’è già uno. Basta e avanza. Il sogno è che vi vada gente che, come l’Unesco, come i Comitati Privati, come mio padre e come tanti altri Veneziani di nascita o di elezione che vi han posto piede, si battono per difendere e sostenere la vita di questa nostra Città. I Veneziani liberi.

PIERALVISE ZORZI

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